Stamattina mi è capitato sotto gli occhi, appena sveglia, un video molto carino promosso da Coca - Cola, che immagino, vi capiterà di vedere e magari condividere sul social d'eccellenza, e non mi premuro di farne nome, visto che credo sia ormai risaputo ai più. Questo video ti sbatte in faccia un messaggio che ormai, i nostri neuroni hanno ben recepito, ma che i più faticano a mettere in pratica, e per la carità, mi ci infilo pure io nel calderone. La comunicazione dei nostri tempi è quella virtuale, ci si guarda attraverso lo schermo di un pc, il display di un cellulare, si comunica con messenger, si demandano tante emozioni che sarebbe bello viversi, a uno schermo elettronico, si rifugge a quel contatto di mani, allo sguardo, e ci si illude che un emoticon o un qualsivoglia accessorio alle parole usate, giungano nell'esatto modo in cui le si pensa e articola, al destinatario. E qui una marea di equivoci, e qui solo innumerevoli misanderstood. Non ci capiamo e ci perdiamo. La comunicazione virtuale è una grande illusione dei giorni nostri, mette in pericolo i rapporti, li banalizza, li circoscrive a dei short sms, privi di anima, e molto spesso, diventa il mezzo attraverso cui ci si incontra e ci si separa. E gli occhi? E le mani? e tutte quelle sensazioni, emozioni che solo la gestualità di un corpo, lo sguardo di un viso, il movimento di una mano, e quelle movenze del corpo, che sono così naturali, poco studiate, spontanee, che quelle si possono tradire emozione, imbarazzo, rabbia, delusione, e arrivano, eccome arrivano! Dietro un pc, un I-phone, invece, arriva ciò che uno vuole farsi arrivare, arriva ciò che resta ambiguo, e poco chiaro, o chiaro, ma di arbitraria interpretazione. Ecco quel video, che se incontrate in navigazione web, vi invito a guardare, con un' attenzione speciale, racconta degli spezzoni di vita quotidiana, che ci sfuggono dalle mani, perchè tra le mani abbiamo un cellulare che ci fissa muto. E non diamo il giusto valore ad una persona, magari nuova, che abbiamo di fronte, e che in quel momento si sente messa da parte per un cellulare, preferiamo talvolta un cellulare a qualcuno in carne ed ossa che ci si pone davanti. Siamo a pranzo e continuiamo a " whatsappare" mentre abbiamo un mondo davanti, che passa quasi inosservato ai nostri occhi, delle persone care che sono con te in quel momento, e tu non ci sei, ci sei a metà, e non apprezzi ciò che si pone in carne ed ossa davanti a te. Pare che in Cina, siano addirittura sorte delle corsie preferenziali, per utilizzatori di telefono, è il colmo della comunicazione! Proviamo a figurarci per un attimo gente incolonnata uso zombie che incede con lo sguardo perso su un cellulare, e si perde tutto il mondo che c'è fuori, ti perdi un passante, che magari può incrociare il tuo sguardo, ti perdi un tramonto, perdi e basta!!! Non importa quanto possa essere figa/figo, interessante il destinatario della tua attenzione telematica, è che tu in quel preciso istante stai facendo un baratto impari, stai perdendo il vero dei tuoi momenti, per ciò che è virtuale e non è vicino a te. E' quasi paradossale, ma l'esempio che mi giunge più calzante, è che ABBIAMO TUTTI DELLE STORIE A DISTANZA!.. Ora a complicare, non poco, la faccenda comunicazione, arrivano le famose spunte azzurre di whatsapp, e anche la più piccola possibilità di privacy va a farsi benedire. Ricapitoliamo : Spunta grigia, messaggio non arrivato a destinazione, due spunte grigie, messaggio arrivato a destinazione, magari letto, ma non aperto, due spunte azzurre messaggio aperto! Wow che pugno in faccia alla privacy personale!.. Che poi diciamocela tutta, uno appena vede comparire la curiosa chiocciolina seguita al sonoro, scorre giù col dito la finestra e vede chi gli ha inviato il messaggio, se trattasi di short message lo legge pure e lascia scivolare in alto la sua finestra, intento in altre occupazioni, e la spunta resta una! Se apre whatsapp ma non apre il messaggio giunto, le spunta diventano 2, ma grigie, quindi morale della favola, per leggere, uno il messaggio lo legge, sempre, in ogni caso. E da qui le considerazioni, a che serviva mo, ditemi un pò questa ulteriore aggiunta ai problemi già esistenti?.. Credo solo a complicare notevolmente interazioni personali. Perchè se uno manda un messaggio, è chiaro che nel 99% dei casi attende una risposta, altrimenti non lo manderebbe affatto, quindi da lì comincia l'attesa, parte il cronometro, e mille pensieri fanno contorno a quello che ci appare sul display (" una, due, due spunte azzurre"). E cominciano le seghe mentali, ecco a cosa servono le spunte azzurre, alla moltiplicazione delle seghe mentali. Vabè ormai sembra inarrestabile il fluire violento di questa comunicazione virtuale, non saprei cosa attendermi, anzi parrebbe che l'ultima trovata di whatsapp possa essere l'introduzione di faccine di colore, per ovviare alla discriminazione razziale, giuro che non la smettevo di ridere!!!.. Comunque sia io di Voglie, un consiglio ve lo do, poi fatene voi l'uso che ritenete opportuno, ma se davvero volete conoscere una persona, vedere cosa c'è in qsta persona, sentire cosa ha da dire, bè fatela una telefonata e incontratela per un caffè, per una birra, dedicatele/gli un momento, anche solo un momento della vostra vita, quei momenti che seguono interminabili di bip sonori, bè lasciateli tacere nel bel mezzo di un nuovo incontro, di una conversazione, di una passeggiata. Guardatele negli occhi le persone, non attraverso un display di ultima generazione.
martedì 2 dicembre 2014
venerdì 28 novembre 2014
Il SalvaGente.
Perdi la conta delle volte in cui ripeti a te stesso " non avere paura". Ce l'hai sempre questa sensazione qui, anche quando pensi di non averla, di non provarla, di essere immune, perchè ti senti forte, ti senti in grado, capace. Ma è quello l'esatto momento in cui ti racconti una marea di puttanate. Ed è giusto che sia così. Sarebbe impossibile, non credibile il contrario. La paura esiste e ci salva. E' quel salvagente che vai a recuperarti dalla stiva di una barca e che indossi perchè il mare è insicuro, allora ti proteggi, perchè potresti farti male. Ed è esattamente questo che facciamo con le cose della vita, ci proteggiamo talmente tanto, che delle volte conserviamo così poco il sapore di qualcosa. Chiudiamo un'amicizia per circostanze che in quel momento ritenevamo plausibili, poi il distacco, i giorni che passano uguali e diversi senza quella persona, la voglia che ti nasce quasi irrefrenabile di ristabilire un contatto, un " ciao", un " accorciamo le distanze di sicurezza" e poi non lo fai, o se lo fai, lo fai con poca convinzione, perchè hai quel salvagente lì che sembra ti protegga, e che ti frena. Accade una storia strana quando hai paura, accade che tutto quel tempo che scorre senza un contatto, ti convince del fatto che forse, anzi sicuro, dopo quel temporale che ti ha interrotto dentro, bè stai bene così, stai bene senza!.. Perchè quel salvagente lì ti ha creato un nuovo equilibrio, tu sei in piedi e anche se di tanto in tanto inciampi, forse ti va bene così. Ma in questo modo, la dai vinta alla paura, ti agganci stretto a quel fottuto salvagente e non ti butti neanche in mare, lì la paura ti fotte. Non sei più pronto a barattare il tuo equilibrio per qualcosa che un tempo, te ne aveva creato un altro che ti piaceva di più, e ti dici che comunque questo qui ti va bene. Così esci, compri le sigarette, vai a fare la spesa, giri in macchina e sfiori il passato, gli passi accanto e attraverso. Credo che si debba invece rischiare negli affari della vita, rischiare, togliersi sto salvagente e provare a farsi una gran bella nuotata,adagio, questo si, avendolo, comunque sempre a portata di braccio.
Perchè poi fa male indagare in faccende non assaporate a fondo, avrai nuove amicizie e anche lì sarai tentata di essere prudente, e lo sarai, comunque. Quindi la paura ci sta, è un accessorio che smorza la spavalderia, la saccenza, la sicumera, che dir si voglia, la paura è un buon accessorio, che ti sprona a vivere, a nuotare, con un briciolo di prudenza, che ti porta più lontano.
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martedì 25 novembre 2014
Non ditelo mai " Scusate se esisto"
Lei intelligente oltremisura, goffa e sfigata, lui bello da paura, con un culo di marmo e degli addominali da urlo, ma gay. Sembra, a prima vista, l'intreccio perfetto per una commedia già vista, pronta a scivolare nell'ilarità più banale e scontata! Ma, colpo di scena, non è così!!! nel film di Riccardo Milani, " scusate se esisto"si ride, ah se si ride, direi che si è in preda a divertenti convulsioni dalla prima esilarante scena. Ha un buon sapore questo lavoro cinematografico, perchè c'è tanto di quello zucchero che ti resta sulla lingua e che nasconde bene l'amaro. Attinge, a piene mani, da trame già viste, ne ricorda l'intensità, stesso pathos agro-dolce, " Il vizietto, Mine Vaganti; il Milani, segue le orme di Ferzan Opzetech, un nodo, una omosessualità sottaciuta, nascosta, agli affetti più cari, e poi in altre scene, condite di eccessiva, a mio avviso, esuberanza, quasi a scivolare nel grottesco, ricorda il telefilm " Tutti pazzi per amore", che io personalmente ho visto e seguito, con rinnovato divertimento, ma che ha tutt'altro effetto in una pellicola cinematografica. La sfigata Serena Bruno, è un giovane architetto di talento, che indossa i calzettoni, che è in preda ad un orgasmo multiplo, mentre il belllissimo Francesco, titolare del rinomato ristorante, dove lei lavora, come cameriera per arrotondare, le fa un massaggio ai piedi, a fine serata lavorativa. Scena questa carica di un energia erotica che fa un baffo a nove settimane e mezzo, tanto è poco calibrata, improntata alla schiettezza, e ordinarietà, e perchè no potrebbe accadere, nell'immaginario femminile, ad ognuna di noi. Traspare, bellissima, la delicatezza, la sensibilità di Francesco (Raul Bova), che è nota comune a tutti o quasi tutti, gli omosessuali, (io per esempio ne ho diversi di amici gay e hanno una sensibilità e una dolcezza che gli uomini con la U possono solo immaginare). Tra i due nasce subito un rapporto forte, bello, fatto di complicità, di affetto vero, e in una notte alcolica, finiscono anche a letto insieme, come due amici, un pò troppo amici, ma non sto qui a svelarvi tutto, non andreste più a vederlo sto film, ed invece, direi che è proprio il caso che ci andiate. Serena Bruno, altro che sfigata, altro che goffa, poco femminile, e quant'altro, si sporcherà la bocca di farina, fagocitando con avidità un panino imbottito, mentre scorazza imbacuccata fino al collo, con un motorino rosso preistorico, non sarà una sex-symbol, e chi se ne frega se poi è una con cotante palle??... Ebbene si, in un intreccio esilarante, carico di colore, a tratti condito da note kitsch evidenti, da idiomi coloriti, da scene caricaturali portate all'eccesso, da una comicità che la fa sempre da padrone, arguta e pungente giunge, forte e amara la consapevolezza di un sistema sbagliato, di meccanismi sociali marci, dell'esistenza di gerarchie che dovrebbero ormai essere superate e sfumate e che invece, sono causa di drammi esistenziali, piccoli e grandi, che danno vita al farsesco, ad un qualsivoglia mezzo per poter, in un certo qualmodo vincere e spiccare, o semplicemente vivere dignitosamente in una società che non lo permette. Tabù, discriminazioni, bugie, farse, e qui l'amaro, che non è quello di un buon cioccolato fondente che si scioglie sulla lingua, ma quello del fiele, che anche lo zucchero non riesce a cacciar via. E invece la bella Serena Bruno, che poi diventa anche bella, a furia di apprezzarne le doti interiori, la testa, le palle, che dovrebbe avere un uomo, e in questo caso, a ribaltare la trama, spuntano ad una donna, prima anch'ella, vittima di un sistema, di un piccolo sistema, poi in grado di capovolgerlo, cambiarlo, abbandonarlo, questo si, ma con la dignità che solo noi donne riusciamo a conservare. Ed io in questo film ci ho visto questo, un manifesto per la donna, che è sempre capace di rialzarsi, di lottare, di vincere, con la tenacia e il carattere che la contraddistinguono. Serena Bruno, cambia un sistema, è un pò quello che nel nostro piccolo, dovremmo riuscire a fare anche noi tutti, uomini e donne, cambiare un piccolo sistema, finchè piccoli sistemi non diventeranno un grande sistema " cambiato". Credo sia questo il messaggio di questo zuccheroso film, un pò come la morale nelle fiabe di Fedro. Un angolino a parte voglio dedicarlo a tutte le fan del commissario Calcaterra, forse volutamente, per addolcire l'amaro, Nicola, nella pellicola, grottesco, kitsch, colorito, nell'aspetto e nell'accento, spogliato, diseredato, di tutto il fascino che il mondo femminile gli ha sempre attribuito e riconosciuto nella serie " Squadra Antimafia", che mai ti saresti immaginato in quei panni. Calcaterra dopo questo film, credete a me, non sarà più lo stesso della scena hard di qualche tempo fa, con la Rosy alle corde, e questo con la soddisfazione di tutti gli uomini che lo detestano. Andatelo a vedere sto film e non ditevi nè pensate mai di voi stessi " scusate se esisto"!
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martedì 28 ottobre 2014
Il giovane favoloso.
" Il giovane favoloso", film azzeccato già dalla locandina, che ritrae il giovane Giacomo, a testa in giù, come a dirci che il suo mondo non era sulla terra, ma tra le nuvole, nell'immaginario più fervido e alienante. Magistrale interpretazione quella dell'attore, nei panni di un Leopardi arguto, bizzarro, sensibile e struggente, sin dalle prime scene, che lo raffigurano, mentre, curioso nell'accezione più piena e intensa del termine, sbircia al di là di un muretto di arbusti, che sembra alzarsi e abbassarsi, quasi a rappresentare, in un primo momento un orizzonte chiuso dalle piante, e subito dopo ciò che può scorgersi, oltre le stesse, un orizzonte libero. L'inquadratura del regista si sposta all'infanzia felice del giovane ancora leggero e leggiadro nei suoi giochi con i fratelli, e in una corsa a vista cieca nel verde cortile, dove si coglie palpabile la spensieratezza di spirito e la fiducia in un futuro prossimo.Il discorso filmico segue una sua linearità cronologica, una narrazione a tratti lenta tanto è intensa, intervallata da continui rimandi, citazioni letterali e scansioni teatrali dal forte sapore leopardiano. Si viene subito a contatto, come se si fosse li, spettatori attori dell'intreccio, e non spettatori passivi su una poltroncina di un cinema, con i primi tormenti di Giacomo, nati nell'odiato borgo natio di Recanati, dove una famiglia " prigione", uno studio matto e disperatissimo, un'educazione e una morale troppo rigide, li alimentano, senza respiro. Indimenticabile, la scena di Giacomo mentre struscia sulle pareti polverose di pergamena di libri, vinto dal tedio e dalla malinconia che invoca e rifugge al contempo. Unici appigli l'affetto dei fratelli, e un legame epistolare fortissimo vissuto con intensità quasi orgasmica dal giovane favoloso, che piange felice, si contorce e si commuove oltremodo, quando riceve le lettere amate di Pietro Giordani,l'amato Giordani, che con le sue lodi, la sua costanza nell'interesse verso il Leopardi, lo solleva dalle sue cure, e lo incita a mettere la testa nel mondo e ad abbandonare la sofferta e tediosa Recanati. La scena impressa a mo di chiodo fissato alla parete è quella di Giacomo, che una notte, concitato e bramoso di un nuovo orizzonte che non sia il suo borgo, la sua siepe, in modo così intenso e struggente, decantata, inciampando nelle scale tanto vinto dalla foga, si illude di fuggire, con una valigia piena delle sue sudate carte, con negli occhi un bagliore di speranza che lo fa rifulgere come una fiamma viva, stesso bagliore che si perde nello sguardo freddo e sadico del padre, che scopre essere il cocchiere della carrozza della salvezza, e Giacomo lo fissa in viso col gelido terrore della meraviglia negli occhi, quasi si fosse imbattuto in Lucifero. Recita Giacomo, si rifugia su quell'ermo colle e canta l'infinito che non smette mai di rincorrere e anelare. Da Recanati, a Firenze, a Napoli, nodo centrale, scenario fisso è una finestra, che da sulla realtà che vive il Leopardi, dalla casa paterna, dove lo stesso vede ogni giorno la bella Teresa, alla casa di Napoli che da sui vicoli di una città enorme e caotica, a Villa Ferrigni di Torre del Greco, dalla quale poteva scorgere la grandiosità dello sterminator Vesevo. L'orizzonte di Giacomo è sempre il medesimo, sebbene muti nell'ambientazione e negli anni, uno scrittoio, una sedia, e una finestra che da su un piccolo o grande mondo. Reminescenze scolastiche non mi hanno permesso di ricordare un Leopardi che mangia golosamente gelato, a dispetto delle prescrizioni mediche, che passeggia ricurvo, toccando ad ogni scena che passa, quasi la terra col mento, vestito elegantemente, e con tinte vivaci e accese da offuscare quasi il suo risaputo pessimismo, un Leopardi che scappa via da un bordello, dopo essere sfuggito ad un incontro con un transessuale perchè deriso dagli scugnizzi. Un Leopardi perso nella sua poesia, drogato dalla recitazione, e che droga, chi lo ascolta, un Leopardi, che beve vino, mangia e brinda allegramente fino a notte fonda con alcuni popolani in una delle tante osterie del centro antico, un Leopardi, che talvolta, contrariamente a ciò che uno può ricordare, muove al riso, appunto favoloso, brillante, tenace nelle sue convinzioni, ribelle. Che ha lo sguardo che sfida nei salotti fiorentini, quanto in un bar dove aspettando il suo gelato, viene istigato ad una arringa difensiva che ha tutto il raffinato sapore di un ironia mitteleuropea un pò alla Thomas Bernhard o alla Elias Canetti, sulla pretesa felicità delle masse, insomma per dirla in una parola, un Leopardi vivo. Sfuma sullo sfondo quel pessimismo che ce lo ricorda, e che lo avvince, invece, quasi violento, in alcune scene, dove il phatos la fa da padrone, la morte della bella Teresa, gli aneliti d'amore
respinti per la bella Fanny, le sofferenze del corpo, gli occhi che non vedono, il gobbo che lo invalida, un corpo quasi informe e dolente, che il Germano muove ad arte nell'impaccio. L'avvincente trama, si snoda in un susseguirsi di scene, quasi tutte, interpretate dal Germano, fuori da una giusta, mortificante misura, dove, occhi, corpo e anima parlano la stessa lingua. A rompere, a mio avviso, il marmoreo pessimismo leopardiano e a lanciarlo in una contemporaneità che ce lo fa, forse amare di più, è la colonna sonora dell'intero film, le musiche dell'autore tedesco Sascha Ring, che a mò di suggestiva cornice ripercorrono le scene intinte di una scenografia dagli effetti ipnotici. A me Leopardi piacque prima,ma dopo questo film mi piace di più. La cosa bella di questo film, è che ti fa guardare ad un poeta lontano e vecchio di polvere con occhi nuovi. E qui vi lascio la citazione che più mi è arrivata "... "Chi dubita, sa! E sa più che si possa"!!!
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martedì 14 ottobre 2014
L'insostenibile peso della vacuità.

L'insostenibile leggerezza della vacuità. Qualcuno che aveva i numeri, non di certo io, che sono solo una blogger che trabocca di fantasia e ardore, ma uno con le carte in regola, anzi le parole, ha scritto un libro dal titolo più o meno simile, più meno che più, simile intendo. Quel titolo lì era " l'insostenibile leggerezza dell'essere" di un certo Milan Kundera, che a mio modesto avviso di insostenibile aveva tutto, di leggero, il nulla. Non a caso, vi cito un passo tratto dallo stesso "..Il mito dell’eterno ritorno afferma, per negazione, che la vita che scompare una volta per sempre, che non ritorna, è simile a un’ombra, è priva di peso, è morta già in precedenza, e che, sia stata essa terribile, bella o splendida, quel terrore, quello splendore, quella bellezza non significano nulla”. Mo ditemi voi, questo come faceva ad avere sti numeri, io ci ho pure provato a leggerlo, attratta dal titolo che risuonava nella mente come un eco cui non era possibile non dare ascolto, ma è rimasto lì nella libreria, ho vagheggiato quel tormento palpabile e l'ho lasciato riposare in quelle pagine mai aperte. La mia sintetica, telegrafica recensione sarebbe " cambia libro, che sei in tempo"!.. Vabè ma la mia è tutta invidia, capirete bene, una modesta blogger con Kundera che c'azzecca?.. E menomale! Però, e questo pezzo ne è la riprova, anche un libro non letto può arricchirci, proprio perchè non l'abbiamo letto, e può, come dire, fornirci, come alla sottoscritta in questo caso, l'ispirazione per buttare giù due righe da modesta blogger raffreddata, vittima del balletto meteo di questi giorni, che si porta appresso una scorta di kleenex pronti all'uso e che ha un naso rosso come la famosa renna di Babbo Natale. Mi ispira " vacuità", io muterei il titolo in " l'insostenibile peso della vacuità", si badi bene, senza alcun riferimento alla trama del romanzo, che personalmente ignoro. Se ci pensiamo bene, e ci riflettiamo un pò su, nulla più della vacuità ha un peso insostenibile. Il vuoto va riempito, ma non a caso, va riempito con ciò che davvero è capace di riempire. Ora ci addentreremo in cunicoli senza uscita, la vacuità non è sostanza, ha un peso insostenibile, è come se ti affanni a riempire qualcosa in tanti modo diversi, ma ti accorgi che il contenitore pieno all'orlo, si svuota sotto i tuoi occhi, all'improvviso. E' come quando qualcuno, ti sciorina una serie di belle parole, confezionate ad arte, con fiocco, e a queste belle parole, non seguono fatti col fiocco, un pò la storia di tutte le storie. La vacuità. Quanto tempo perdiamo, tempo inutile, che nessuno ti ridà più indietro, prezioso, dietro a storie di vacuità, se solo ne avessimo consapevolezza in fretta, scapperemmo via, anche se quella speranza di trovarci sostanza, ci molla per ultima, maledetta speranza, e quasi quasi fotte la vacuità, ma la fotte solo in apparenza. Perchè la speranza che nelle cose della vita, che nelle persone che si incontrano nella vita, nelle storie della vita, la speranza è di trovar sostanza. Però in fondo, bando alla sensibilità, bè anche la leggerezza della vacuità non è male, un pò ti distoglie dal frastuono che crea la sostanza, perchè per quanto speriamo nell'una, la vacuità è più leggera, pesa di meno, è meno ingombrante. Forse, vi sto volutamente scombinando le carte sul tavolo da gioco, forse, cerco la leggerezza della vacuità, forse anelo alla sostanza, all'insostenibile leggerezza della sostanza, per dirla alla Kundera.
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venerdì 19 settembre 2014
L'ovo sodo.
Oggi Voglie letterarie ha il magone.E' come quando hai ingoiato un grosso boccone che è rimasto fermo in un tratto dell'esofago, senza andare nè su nè giù, e ti senti quell'ovo sodo incastrato.
Ti chiedi se scenderà giù fino allo stomaco o se se ne starà lì sospeso a darti fastidio.Le emozioni sono tutte in quell'ovo sodo lì,e quando scende giù in fondo c'è la felicità. E il circuito del pensiero, il lavorio dell'ingranaggio, che qualcuno coglie da fuori, il rumore del pensiero, che sai che non va bene, meglio fare, meglio l'azione al pensiero, ti libera dall'ovo sodo.Diamo troppe cose per scontate, come la presenza di qualcuno,sempre, e invece la vita ti dice che ogni cosa, ogni sorriso, ogni presenza è un regalo, un dono e finchè ce l'hai puoi goderne.Scontato è l'aggettivo meno scontato che possa esserci, nulla lo è, forse neanche i silenzi in cui ci trinceriamo per non amare.La verità è che abbiamo paura che tutto sia, come dire, di passaggio, che niente duri, forse non dura davvero, eppure noi ci attacchiamo con la colla alla vita e alle cose della vita e la facciamo durare e le facciamo durare. L'ovo sodo poi in fondo è di compagnia, ti leva il respiro,ti blocca le parole, ma è una presenza.Non siamo preparati a non incontrare chi prima incontravamo, anche solo per caso, per un saluto, per un sorriso.Basta vedersi e assicurarsi della reciproca esistenza, un"ciao" di passaggio anche a un conoscente, un amico non molto amico, ti rassicura comunque della sua esistenza. Poi qualcosa si rompe, per una legge di natura che non accetteremo mai, per un gioco del fato che non scenderà mai giù, che si incastra in gola come un ovo sodo, e quella logica di esistenza si rompe, l'anello si spezza e un magone che nemmeno ti spieghi ti rompe, ma non tocca l'ovo sodo, quello preme e premerà ancora fino a che la frenesia del quotidiano, la velocità dei giorni ti distrae e l'ovo sodo scende giù.
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lunedì 25 agosto 2014
Mi basta il 20 politico.
L'estate 2014. Non c'è che dire, grande attrice, ha finto di continuo, non si è mai mostrata, se non per un periodo breve e intenso. Ci ha dispensato grasse nuvole, cieli plumbei, morsi settembrini, pioggerelle e aria da frigo, non si è mai concessa, ha temporeggiato a lungo, prima di scoprirsi in tutto il suo calore. Che ci vuoi fare, pare sia femmina e le femmine si sa, sono volubili, capricciose e talune si fanno attendere, assai. Certo è che è stata estate, è ancora estate, ci mostra la sinuosa coda in bella vista, come una gatta sorniona che nascosta dietro al sofà lascia volutamente intravedere la lunga codina elegante e pelosa acciambellata a regola d'arte sul parquet. La gatta, però, fa ancora le fusa. La bella stagione, che s'era addormentata, di colpo si è svegliata nel bel mezzo di un agosto soleggiato e caldo, umido sulla pelle. Mi sono licenziata dal blog, si fa per dire, una brevissima tregua, giusto per capire quanto la fame salga e la sete mi assale. Traboccante è l'aggettivo consono. Traboccavo di voglia su Voglie. Mi è mancato il mio angolo di paradiso virtuale e mi auguro di cuore, che io sia mancata a voi. Certe mancanze vanno sanate a furor di nero inchiostro. C'è stato un periodo in questo tempo qui, in cui la mia mente curiosa si è arrovellata sulle persone. E la conseguenza immediata è che mi è venuto il mal di gente. Si! Non avrei mai creduto di poter dare così tanta importanza alle persone, a quelle che hai già incontrato e che vuoi o non vuoi, ami, a quelle in cui inciampi per caso o per fato e che in un certo qual modo ti danno qualcosa o ti tolgono qualcosa, dipende un pò da che punto guardi. E' curioso! Le persone hanno un potere, delle volte hanno il potere di farti sorridere, di farti piangere, di farti riflettere. Le persone che incontriamo, esattamente così come sono, normali, se un concetto di normalità può esistere, strampalate, con un io più o meno marcato e definito, marionette, forti, fragili, influenzabili, convinte delle loro convinzioni, insomma nell'immenso e variegato calderone del mondo, noi incontriamo le persone, e ognuno di loro, se ci prestiamo attenzione ci dice qualcosa, ci da qualcosa prima di perdersi per le strade del mondo, strade su cui, magari, le incontrerai ancora in nuovi contesti, in nuovi scenari, nella tua vita. Perchè si sa, il mondo è fatto di strade, in discesa, in salita, a caduta libera, ma di strade, innumerevoli strade in cui ti ci imbatti e incontri. A un certo punto gli esami che ti fanno queste persone qui, diventano un pò gravosi, e ti senti una vocina dentro convinta che ti dice " dovresti far questo, dire questo, non dire quello che senti davvero, sottacere, fingere, non essere troppo vera, nè troppo diretta, mediare, non esprimere il proprio gretto punto di vista, senza prima portarlo a raffinare, a smussare angoli, a levigare la materia, e quello che è peggio la voce continua e incalza con " non è mica permesso sentirsi così, devi provare queste di emozioni, perchè quelle altre che stai provando ora e che ti fanno sentire sottosopra dentro, in fondo, bè no, non vanno bene, non si può". La gente ti piazza davanti un cazzo di codice com portamentale e tu o lo assecondi e allora ti arriva l'accettazione, quasi tacita, o scegli di essere quella che sei, e che tu vada bene o male poco ti frega, hai la tua di accettazione e sai bene, perchè è già successo che ora ti senti così, un pò rotta dentro, il tuo paesaggio è stato un pò rovinato, quella morfologia fisica si è un pò modificata, e tu ci fai i conti, osservi in silenzio il tuo paesaggio e ti tieni sto mal di gente, perchè qualunque cosa fai e dici non va mica bene, e sai che c'è chi se ne frega!... Insomma io sto mal di gente qua, ce l ho avuto, e per una come me, che è un animale sociale, pare na cosa seria. Invece a un certo punto, così dal nulla ti viene, perchè sei stanca di dare, perchè hai quasi paura di dare ancora, e di scoprirti dopo, col mal di gente a palla. Che poi, sto mal di gente a palla, per quanto ti tenga, come dire, cautelata da nuovi incontri con le persone, ti fa apprezzare, che non è mica roba da poco, quella che sei, in tutti i tuoi sbagli. Perchè poi inevitabilmente le persone ti mettono sotto esame, ti mettono in discussione, ti mettono in gioco. Io, sapete, non voglio il 30 per stare bene, mi basta il 20 politico.
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