lunedì 3 dicembre 2018

UN' ALTRA PELLE



Qualche volta capita che cambi pelle. Sembrerebbe un procedimento semplice semplice, ti liberi della tua vecchia pelle, come un serpente che si scuoia della sua superficie squamosa e viscida esterna e la abbandona da qualche parte, sul terreno, per la strada, e tu osservi questa pelle morta, senza vita, una pelle che però è stata una vita per un bel pezzo di vita. Pare accada un pò a tutti, anche le aragoste a un certo punto restano nude, senza esoscheletro, senza armatura, vulnerabili, perchè si liberano con forza della struttura che ricopre la polpa e si nascondono sotto la sabbia, per non essere vittima di aggressioni, di pericoli, di agenti esterni, di pesci voraci, si nascondono per non morire, ma in realtà stanno già morendo alla loro vecchia vita, a quell'armatura che ormai sembra quasi ostile, di cui per continuare a vivere, bisogna liberarsi, bisogna morire a se stessi, perdersi, per ritrovarsi, per riconoscersi, per appropriarsi di un'altra pelle, la seconda, forse non l'ultima, forse non quella definitiva.
Si rinasce solo dopo che si muore. E' un dolore cieco, sordo, lancinante, attraversa tutte le membra, e le lascia stanche, attraversa la testa e la svuota come la riempie di tanti pensieri inutili, gonfiati, che gonfiamo con lo stesso nostro fiato dell'inutilità, senza sosta, e senza tregua, per riempire spazi vuoti, per orientarci nei vicoli ciechi, per ritrovare la bussola che ci conduce a noi stessi.
Bisogna perdersi per ritrovarsi, per sentire di appartenere veramente a se stessi, scevri da condizionamenti, paure instillate, insicurezze maturate, costruite, insinuanti e dolorose, ci si perde, ci si perde in un dolore che non si può spiegare con le parole, che non ha colore, e ha un sapore salino, sa di tutte quelle lacrime versate, che sono cadute come rivoli veloci perchè la strada era già tracciata, e sono morte lì sulla bocca, una bocca inerme, aperta ad accoglierle. Si muore, si muore dentro, ci si scontra ogni giorno, ogni attimo, ogni minuto, con la propria fragilità, con quella vecchia pelle, che ti vuoi tenere addosso a tutti i costi, perchè la conosci, perchè ti conosce, perchè te la sei portata appresso una vita, e vaghi alla ricerca sempre di quella, ostinatamente, anche se scopri che si sta scollando via via, per lasciarti nuda, vulnerabile, insicura nel mondo, ma tu.
E mentre questo processo avviene, tu sorridi e continui a respirare, a dilatare il diaframma, mentre la tua pelle va in pezzi, senza sangue, tu respiri e respiri e ti senti avvolta nel grembo materno, ti senti al sicuro, in tutto quel buio e non smetti di respirare, mentre la tua pelle lentamente si scolla, ti scuoia e tu la osservi staccarsi a lembi, e respiri.
A un certo punto sai che con tutto il dolore che possa comportare, la lascerai andare, perchè è così che si cresce, spogliandosi del vecchio e accogliendo tutto il nuovo che ci attende, che è nuovo e che come ogni cosa nuova, entusiasma e poi spaventa, respinge, e poi spalanca un soleggiato orizzonte, ed è per quell'orizzonte che continui a lottare, senza fermarti e muovi un passo dietro l'altro, e a quel passo, forse incerto, ne fai seguire un'altro ancora e poi ancora, step by step, fino a quella luce che ti apre l'orizzonte più bello che tu abbia mai visto e ti acceca con tutta quella luce, che in fondo ti sei sempre portata dentro, come una guida sicura, che ti ha preso per mano e ti ha permesso di incedere nella nebbia, di cadere e di rialzarti più forte.
Ti sei riconosciuta, solida come di ferro, come una quercia con le radici radicate nel profondo della terra, quelle radici dove nell'immaginario ti rifugi al riparo della tempesta, ti sei riconosciuta flessibile, morbida, adattabile come un giunco e sei andata avanti a volte spedita, a volte a tentativi, forte come una quercia e dolcemente adattabile come un giunco.
Si muore per rinascere. Forse è così che ci si salva, in fondo, si procede per tentativi, imboccando strade senza indicazioni, per fare meravigliose scoperte, su se stessi, su quanto si è in realtà determinati, forti, donne.
Si muore per rinascere. E continui a respirare e lasci che quel respiro che ti dilata il diaframma ti conduca alla vita, ti mostri nuovi scenari che poi tutto sommato non fanno così paura.
Si muore per crescere, anche solo un pò.
Manu. 

venerdì 3 agosto 2018

Il termofeliciometro

Oggi il cielo è plumbeo. Il sole sta giocando a nascondino già da un pò, non ha voglia di farsi trovare, se ne sta accoccolato dietro qualche nuvolone soffice e se la sonnecchia. E' Agosto, in realtà dovrebbe essere in pieno servizio, e invece si è preso un giorno di ferie, meritate direi, nei giorni scorsi era alto nel cielo e fiero di espandere tutto il suo bollore.
Oggi voglio parlarvi di un argomento interessante, di certo lo troveranno interessante i più che capiteranno per gioco o per diletto, o anche solo per sbaglio su questo blog di una annoiata avvocatessa che ad agosto, è ritornata ad onorare il suo blog, a imbrattare questo cyber spazio virtuale con le sue strampalate idee, con i suoi pensieri, insomma l'intento è di certo quello di allietare le vostre giornate, magari spese, come oggi in un ufficio, divagando su un blog, il mio.
Subito dopo l'estate pubblicherò il mio primo romanzo, e il senso di felicità che questo pensiero mi muove è totale. Non ho mai provato un senso di felicità totale, io, si l ho provata in alcuni momenti/periodi, e ha avuto un impatto talmente forte, intenso, che si è rarefatta dopo poco, perchè ormai lo sappiamo bene, ciò che davvero conta, non è questa " felicità" che pare essere un concetto sommo, inarrivabile, una chimera, qualcosa che esiste e poi sfugge.
Si comporta quasi come una donna che la sera prima te la da e poi diventa irreperibile. Felicità puttana, che dura un minuto, ma che botta ti dà. Quindi torniamo alla serenità, dovendo darne una definizione, è quando ciò che pensi, ciò che vivi, ciò che desideri, si pongono sullo stesso asse, e tu quasi di pensieri non ne hai. Ma non ne hai per quanto?.. Neanche questa emozione, che ti fa rilassare le spalle, dilatare il diaframma, sentire come in un calcolo quasi matematico che i tuoi neuroni sono allineati, te li figuri che danzano su una base di Mozart, per poi lasciarsi cadere in uno stato di catartica evasione. 
Questa è la serenità, tutto va bene, o sembra andare, i pensieri sono in ordine, le cose della tua vita sono in ordine, entrate e uscite, bilanci, emozioni, insomma sembrerebbe funzionare, fino al prossimo tsunami, fino alla prossima emozione.
Non ho mai avuto grosse pretese, io. Mi sono fatta bastare la serenità, ma solo qualche volta, perchè mi è bastato poco per convertirla rapidamente in noia, perchè le cose normali, routinarie, mica tanto ci piacciono, prediligiamo gli tsunami, le emozioni. 
Fatto sta che, meglio bruciare al fuoco che spegnersi al tepore di un cerino. Bella filosofia. 
Ciò che conta, a mio parere, aldilà della serenità, dei momenti minuscolini, come li definiva Totò di felicità totale, è stare bene lì in fondo, dove c'è quella parte di noi, che a causa delle contaminazioni esterne, circostanze, eventi, cause, si incasina e si incasina di brutto e in men che non si dica, si perde in un labirinto senza mappa e più si affanna, più la mappa non la trova.
La felicità non esiste direbbe il pessimista, la felicità è in ogni cosa, basterebbe considerare ciò che ci accade come un regalo, un dono inaspettato. Io oscillo come un pendolo tra l'ottimismo e il pessimismo, senza trovare nella realtà dei fatti, quel benedetto equilibrio che siede nel mezzo e si ciondola, godendosela, perchè lui davvero se la gode un sacco. Il termometro di questa pozione magica, di quest'intruglio benefico che noi chiamiamo felicità, a volte si abbassa, si abbassa tanto, cazzo si azzera, quasi, e tu gli corri a perdifiato appresso, come a un amante che ti ha sedotta e abbandonata e non ti vuole e tu non ti capaciti del perchè. Non ti capaciti del perchè questo benedetto termofeliciometro si abbassi, non te ne fai una strabenedetta ragione, e pensi ad ogni rimedio possibile per far alzare il termometro, come se quasi dovessi far quadrare i conti.
Poi, di punto in bianco, dopo che ti sei affannata, hai sbattuto contro tutti i muri possibili, muri che hai costruito da sola abilmente, nella tua caparbia testolina, perchè sei quasi ossessionata da questo termometro che è sceso, dal fatto che non ti senti più la stessa, e continui a chiederti come cavolo eri prima.
Non lo sai. La verità è che l'unico modo per stare ad osservare questo feliciometro salire e poi scendere e poi risalire e poi riscendere, è accettarne la naturale, fisiologica oscillazione, accettare che ci sono periodi in cui sta a zero, tu continui a vivere e a respirare, ma ti senti a zero, e ti muovi per inerzia, e ti aggiusti, ti sembra soltanto, l'anima per andare in fondo alla tua giornata che non è scandita da punti fermi, ti aggiusti quando in realtà vorresti andare in un solo posto, affanculo e mandarci tutti gli altri. Poi il termometro risale, la tua energia a lungo sopita, si risveglia, come una principessa addormentata tenuta prigioniera in una torre sul mare, e svegliata dal bacio di un pirata di passaggio. Ti svegli e ti accorgi che in fondo non devi controllare nulla, non serve prevedere nulla, stare lì vigile perchè i conti tornino, tanto non tornano mai. Le cose della vita, semplicemente, senza troppi affanni, vanno un pò come devono andare, e il termofeliciometro, sale, scende, fa le bizze, vola a picco in alto e ricrolla a zero. Ciò che conta è che tu ci sei, sei viva e in fondo lo sai, che di felicità te ne basta solo un chicco.

mercoledì 25 luglio 2018

La trasmutazione del letame in oro.

" Spalare letame", forse è meglio definirlo con il suo vero nome, "merda", spalare quintalate di merda. E' questo che negli ultimi mesi sta facendo la mia anima e il mio cuore, sta spalando tanta merda. Come se bastasse. Qualcuno ti racconta di te qualcosa che ti rompe dentro, ti apre in due come quando, senza alcuna pietà, un cacciatore squarcia in due metà esatte il ventre di un cervo che ha catturato e gli strappa il cuore. 
Mi sento proprio così io, adesso, aperta in due metà esatte che insieme compongono un conflitto, fomentano il tormento. La paura è il nemico peggiore, la paura che ti scaglia addosso scariche elettriche di ansia e ti lascia senza forze, ti stende, ti mette ko.
Oggi ho letto un articolo che si chiama " la trasmutazione del letame in oro" e ho pensato che voglio assolutamente farlo, che voglio trasmutare queste palate infinite di merda in oro colato, solo che non so come farlo, è come se avessi le mani legate, dietro la schiena, come se qualcuno mi avesse rapito e legato le mani strette, in una stanza senza luce.
Come si fa a far mutare la merda in oro?.. Da dove diamine si parte?.. Da questo momento, da questo unico, irripetibile momento, che dovrebbe mettere a tacere il tormento, sciogliere quel nodo che serra l'anima e scatena il pianto. Forse vivere ogni giorno spegne il tormento, affondare ogni giorno e risalire doma il conflitto. Credo che si chiami empasse, cazzo quanto ho sempre odiato questo termine, che non sembra neanche appartenere alla lingua italiana, " empasse". 
<<Cosa ti inventi nell' empasse, mentre ti sembra di morire, di diventare una cosa inanimata, una cosa che non respira più, nella morsa dell'ansia>>?.. Niente, sopravvivi, sperando che con te in piena sbornia emotiva lo facciano i tuoi neuroni.
Che reggano allo sconquasso emotivo, a tutto questo irrisolto che tinge la tua vita, la tua fichissima, strameravigliosa vita, che lo era in ogni cosa, in ogni battito, in ogni respiro, e tu, cazzo, hai scritto tanti post su questa vita meravigliosa, che ti sorprende, che ti stupisce, che ti avvolge, che ti accarezza, che ti concupisce, hai scritto km di inchiostro, senza smettere mai di decantarla, quella vita che anche quando hai perso il bandolo della matassa, hai smarrito il filo del gomitolo di Arianna, bè ti ha sbattuto, sempre, inevitabilmente in faccia, la sua magia, la sua bellezza.
Poi, l'empasse, a un tratto sul sentiero, sulla strada, sulla tua, tanta merda, quintalate, e di quella che puzza, che si attacca sotto le suole delle scarpe e ti incolla al pavimento e lascia le impronte.
Ne senti il tanfo, tutto intorno a te, e ti chiedi da dove arriva, quali mandrie di vacche grasse te l'hanno lasciata lì, ammassata sul sentiero, e hai paura.
Che resti lì, che ti resti attaccata alle suole, che resti sul tuo sentiero. Forse c'è che hai bisogno di aiuto per spalarla via tutta, ti serve una squadra ben equipaggiata, e poi una disinfestazione seria, di quelle che non lasciano scampo a creatura alcuna, ti serve.
Ma la trasmutazione del letame in oro, non so, non riesco davvero a capire come si possa fare.
Si parte, forse, dal vedere quella merda, non poi così merda, non poi così putrida, così puzzolente, si parte da qualche parte per arrivare da qualche altra parte. 
Forse è necessario cambiare qualcosa, prima che qualcosa cambi te, ma cosa?
I fiori, le piante, gli alberi sono lì piantati sulla terra, i petali, le foglie, le fronde si agitano al vento, si bagnano sotto la pioggia, conoscono le intemperie, le rigidità del clima, la siccità, il freddo, il gelo, la neve, ma resistono, non fanno nulla, forse respirano e basta.
Che farebbero davanti a vagonate di merda?
Forse la trasmuterebbero in oro!

martedì 18 luglio 2017

Elena e il ronzino.








Elena si è sbagliata e ha tanto amaro in bocca che sosta indesiderato. Gioca alle corse dei cavalli lei, e ha sempre creduto di essere un abile giocatrice, per così dire un'intenditrice delle corse. Per mesi di fila ha puntato la sua giocata sul cavallo sbagliato. 
Eppure le piaceva quel cavallo, anche se tutti le suggerivano che era brutto e che di certo non avrebbe vinto, non avrebbe retto alla corsa. Lei però lo vedeva bello e vincente e ignorava tutti i suggerimenti, per lei aveva una folta e lucente criniera, le zampe agili, un manto nero che pareva di velluto, e poi era un cavallo che rideva tanto, ogni tanto le faceva quella risata che sanno fare i cavalli, mostrandole tutti i denti.
E invece dopo mesi si è rivelato un ronzino, che ha fatto solo finta di partecipare alla gara, in realtà non si è mai preparato per vincerla.
Solo lei lo vedeva bello per poi scoprire all'improvviso che non aveva per niente il manto nero e vellutato, affatto!
Però si sa quando si guarda qualcosa attraverso la lente del cuore, ogni immagine perde consistenza reale, e per Elena era così, vedeva quel cavallo per come non era, e forse non era mai stato, poi di colpo aveva levato il filtro, e lo stallone nero da corsa l'aveva  visto come un ronzino, che non era mai uscito dalla stalla.
Le emozioni le hanno giocato un brutto tiro, l'hanno cannata di brutto per poi ridersela alle sue spalle, ed Elena si è sentita stupidissima, e ha pensato che ancora una volta un ronzino travestito da stallone l'ha presa in giro, l' ha ferita, l'ha lasciata a piedi.
Avrebbe potuto accorgersene prima, molto prima, evitarsi tutta questa disillusione, ma lei è una che ci deve sbattere col muso nelle cose, che si deve rompere le ossa, che deve fare lunghe cavalcate che non portano in nessun posto per capire che quello lì non aveva neanche lontanamente le sembianze del suo nero stallone da corsa.
Poi scesa da cavallo, l' ha guardato mentre si allontanava e ha visto un vecchio ronzino, la cui sagoma si sbiadisce e scolora, ha levato tutti i filtri, non le importa più. 
Ha dato tanto amore a quel cavallo, ha dato tutta se stessa, anche se lui nonostante l'abbia guardata con i suoi occhi piccoli e sgranati non l' ha mai capito. Hanno cavalcato insieme nella prateria, hanno anche saltato qualche staccionata, ma poi l' ha lasciata a piedi, non se l 'è sentita di affrontare la corsa, anche se Elena ha provato a convincerlo, ha provato fortemente a fargli capire che ne sarebbe valsa la pena.
Lui ha fatto qualche altro giro di campo nel recinto, dopo che lei gli hai lustrato con la spazzola la nera criniera, gli ha dato la biada buona, e lui si è lasciato accarezzare e strigliare ben bene, pareva contento e ha ripreso a cavalcare per il sentiero, mentre Elena si è nascosta dietro la radura, e aveva paura, non voleva farsi trovare, perchè in cuor suo lo sapeva che era infida quella sella, che sarebbe caduta e si sarebbe fatta male, e mentre lui sostava tranquillo volgendo lo sguardo verso di lei, non si è fatta più trovare, è fuggita via.
Poi non appena si è sentita più forte, l'ha cercato ancora, e lui, come sempre si è fatto trovare, ma non vuole correre, gliel' ha fatto capire appena lei ha provato a montarlo, ha flesso le ginocchia e l' ha fatta scendere. Elena lo ha guardato negli occhi e una lacrima le ha rigato il viso, lui si è rialzato ha scosso la criniera e si è dileguato nella prateria. 

martedì 18 aprile 2017

La vita è bella e non me l'ha suggerito Benigni. Lo so da me.



Ma  quanto è bella la vita?... Quanto lo è da uno a 1000?... Mille. Penserete ma questa non scrive da mesi e poi di punto in bianco scrive ste minchiate qui che sembrano scontate e banali, che rasentano l'ovvietà. Bè non sono minchiate, la vita è la cosa più bella che possa capitarti, è in grado di toglierti il respiro. Ti fa sentire di merda qualche volta, più di qualche volta, un pò rotto dentro come se qualcuno ha giocato con i fili che ti tengono intera e ti ha rotta un pò, ma va bene uguale, vuoi mettere quanto ti senti viva anche quando stai davvero di merda, ti senti dentro qualcosa che ti scorre forte, che ti attraversa e non ti lascia.
E quando sei felice invece cavalchi l'onda della felicità, e ti bevi quel bicchiere di vino, sapendo che non ti basterà e tornerai a volerne ancora. 
Non sai mai quanta benzina ti resta nel serbatoio e quanta strada farai, dove ti fermerai per una notte, o per un pò più di tempo, non lo sai, e forse proprio in questa consapevole incoscienza c'è tutto il bello. Qualcuno ha detto " siate affamati, siate folli", mi chiedo perchè non c'è un cazzo di signor nessuno a questo mondo che abbia detto " siate razionali e prudenti" e se c'è ed io non lo conosco, o non ne so l'esistenza, bè presentatemelo, o ditemi chi è, proverò a sentirlo e a cercare di capire se ha ragione. La vita è tanto bella, ti prende e ti sbatte in faccia tante emozioni, è rock il suo modo di fare, mi piace molto, te le sbatte nude e crude davanti agli occhi, poi ci si mette in mezzo la razionalità a far casino. Abbiamo una paura fottuta di mostrarci come siamo, non conviene, non è un buon affare, perchè ci sono le regole del gioco, il gioco dei ruoli, perchè ti devi mostrare come non sei, altrimenti il gioco non funziona, ma queste che regole sono, chi le ha decise, ste regole qui. Io non ci sto e dico vaffanculo alle regole, agli schemi, alle paure, alle ipocrisie, alle falsità. Forse sono una voce fuori dal coro e non me ne frega niente, sono nata così, ribelle alle regole scritte, sincera come non conviene, ma questo è il sangue che mi scorre nelle vene. Non si possiede mai davvero niente, e benchè mai qualcuno, al difuori di se stessi, ma si può vivere tutto con l'intensità e la verità che uno conosce. Usatele voi le regole, fate che vi pare, a me non interessano, mi interessa di vivere, di sentire il sole che mi scalda la pelle, respirare l'aria che affonda nei polmoni, sentirle le emozioni, si, perchè può succedere che ti facciano paura sulle prime, ma quella paura non è mai abbastanza forte da impedirti di vivertele. E' bello svegliarsi al mattino  e dire, sono libera e mi sento viva. 

mercoledì 25 gennaio 2017

C'è la neve e poi le cose che non cambiano.

Questo è quell'angolo virtuale di mondo dove tutto sembra funzionare, non c'è stata la neve, il terrorismo, il terremoto. E' un angolo di evasione dalle brutture del mondo, dalle brutture dell'animo umano. Non vi ho abbondanati!!! Lo so sono imperdonabile non scrivo da mesi e a dire il vero mi manca farlo, ed è forse per questo che stasera abbandonando ogni altro onere, scadenze, scartoffie, palestra, due righe ho davvero voglia di dedicarvele. Sono impegnata in un altro progetto di cui non dico nulla per scaramanzia, ma ha a che fare comunque con la scrittura, con l'inchiostro.
E' come se avessi dormito e poi mi sono svegliata che è gennaio, quasi la fine di gennaio. La neve l ho vista dalla finestra, o meglio, ho aperto la porta d'ingresso di casa mia. Si perchè vi siete persi un passaggio, pare che adesso abbia una casa mia e un gatto che si chiama Mia. Lo so sono ripetitiva ma a volte pare essere necessario. Mia non è un gatto e basta, è una creatura meravigliosa che l'Universo mi ha concesso di incontrare e di vivere, perchè fidatevi c'entra sempre l'Universo quando incontri qualcuno così speciale e lei lo è in tutto quello che fa e anche in tutto quello che non fa. Non ho mai pensato a un nome diverso da darle, da quello.
Dicevo che la neve l'ho vista, ed era bianca, era densa, copriva come un piumone di quelli di piuma d'oca bianchi e gonfi, la vegetazione, le macchine, le case, le cose, le persone, solo che il piumone è caldo, la neve è fredda, ti gela le mani, e se la stringi tra le dita si infeltrisce come un maglione che metti in lavatrice e ti sembra essere d'improvviso diventata ghiaccio. Non so voi, ma io la vorrei calda la neve, come la panna montata, però calda, che si scioglie tra le dita. Avevo la febbre in quei giorni, ma ho spalancato le porte di casa per vederla, perchè i miei occhi venissero contagiati da quel candore, perchè quando la neve ricopre qualcosa, quel qualcosa diventa magico d'improvviso. Quella era una neve buona, che non ha ferito, non ha ucciso nessuno. In Abruzzo c'è la neve matrigna, che ha ucciso, ferito, e poi c'è il terremoto.  Perchè a volte la terra riesce a tremare così forte che tutto intorno crolla, crollano le case, e crollano le vite della gente, e le speranze, e la gente muore, e quella che non muore perchè non smette di esistere fisicamente su questa terra infida, bè muore dentro e vede la morte intorno. Non so cosa è peggio!
E mi pare che in questi mesi, neve a parte, che per noi del basso Salento è stato un regalo arrivato dopo Natale, fuori tempo massimo, ma gradito, perchè affondare le mani e i piedi nella neve, anche se sotto hai due strati di panni, i calzettoni termici, gli scarponcini, i mutandoni di lana, ed altri ed eventuali equipaggiamenti, bè è un'esperienza interessante. ma meglio che duri solo 3 giorni, o forse saranno anche troppi!... Ecco riprendendo il filo di un discorso interrotto da una involontaria digressione, come spesso, sempre o quasi, mi accade, dicevo che non è cambiato niente.
Mi riferisco all'ultimo attentato terroristico, che palle sto terrorismo, quanto vorrei non sentirne più di notizie dal terrore.. allora si che cambierebbe qualcosa davvero, ma la gente muore ancora e l'intelligence sta a guardare, non riesce a prevedere o a sventare l'attacco del terrore, e quindi un camion si ostina in una corsa cieca sulla folla nel bel mezzo di un mercatino di Natale a Berlino. Vaffanculo, e la gente cade per terra, come birilli, solo che non siamo in una sala da booling. E allora Vaffanculo ancora e Vaffanculo.
E quindi ricapitoliamo. La neve, il terrorismo, il terremoto, ah per non parlare della fobia Meningite, i mass media ci hanno tartassato le palle su casi del genere, e quindi la corsa al vaccino e quindi l'aspro dibattito delle correnti di pensiero opposte, vaccino si, vaccino no. Pareva quasi una sorta di business tipo la mucca pazza. Forse prima la gente moriva uguale ma non lo sapevamo.
Sono cinica?.. Può essere!!!
Ah sono andata al cinema a vedere l'ora legale. Bel film, ben costruito, ironico ed esilarante senza apparire scontato o banale e con una morale quasi urlata in ogni scena con una tale efficacia da apparire quasi spietata. Il popolo non li vuole gli onesti, vuole i ladri. L'onestà ha un peso di responsabilità scomodo. Ho riso troppo, forse sarei voluta stare più comoda, tipo su una poltroncina del the Space e invece sono andata al massimo, cinema, intendo, dove non la puoi incastrare una bottiglietta d'acqua negli appositi spazi adibiti poggia vivande, perchè non ci sono, quindi l'ho poggiata per terra e poi con qualche involontario calcio avrò fatto dissetare qualcheduno dei sedili più avanti. Ho fatto beneficienza d'acqua. Comunque l'ora legale è un bel film. giuro!
Poi la storia della raccolta differenziata dei rifiuti, bè raccontata benissimo con immagini che nulla davvero lasciavano all'immaginazione, anch io avrò fatto una roba del genere, tipo chiedermi dove devo buttare un tovagliolo sporco di sugo!?!... ma di certo per disperazione non ho mangiato la buccia dell'anguria con la maestria e la disinvoltura di Ficarra.
Vabè proprio niente pare cambiato. L'onestà poi quella anche meno.


martedì 6 settembre 2016

SFIORATI

Albaret Sainte Marie, piccola cittadina nel cuore della Francia, era ancora immersa nel sonno di un'estate rovente, mentre il sig. Martin, un uomo basso, dall'aspetto un po' goffo, con la sua barba bianca incolta, apriva, come ogni mattina, Le Rive Droute, il suo caffè.
Con il consueto cerimoniale, metteva fuori, una ad una le sedie, poi i tavolini, ornandoli di fiori profumati e freschi, e lasciava parcheggiata, vicino alla porta del suo negozio la sua vecchia bicicletta gialla col cavalletto.
Ogni tavolo disposto ad arte, aveva un vaso simile di vetro soffiato azzurrino, con un fiore diverso in bella vista, viole, girasoli, tulipani, margherite e rose. Era compito della sua consorte, la signora Gina, andare dal fiorista all'angolo della strada e comprare i fiori più belli per il suo caffè.
Alle 7.30 del mattino, puntuale come un orologio svizzero che spacca il secondo, il sig. Thierry Dupont passeggiava frettolosamente lungo il viale del caffè Le Rive Droute, con la sua ventiquattrore in mano, accigliato e fiero. Thierry era un uomo sui quaranta, alto, moro, con i capelli corvini ancora folti, e due grandi e profondi occhi scuri; aveva un incedere fermo e risoluto, ed era sempre impeccabilmente elegante.
Quella mattina, Thierry si era fermato a bere il suo solito caffè, corto e nero, seduto ad un tavolino di Le Rive Droute, con la ventiquattrore poggiata sulla sedia di rimpetto, intento a leggere il suo giornale. Mentre spulciava, assorto, la penultima pagina di Le Monde, alzato lo sguardo per finire il suo caffè, vide per la prima volta Alina.
Così aveva detto di chiamarsi, Alina. L'aveva detto al sig. Martin, che aveva raccolto la sua ordinazione, e Thierry aveva subito pensato che quello fosse davvero un bel nome.
Era seduta, proprio a pochi passi da lui, segnati dai tavolini del caffè rigorosamente allineati, con le gambe perfettamente accavallate, la pelle bianca come il latte e i capelli castani dorati dal sole, scomposti su un bel viso, senza l'ombra di un trucco; beveva il suo caffè e mangiava con una naturalezza innata, quasi finta, un florido limone giallo.
Ne staccava i pezzi della dura buccia a morsi lenti, fino a consumarla e a succhiarne il succo aspro, onorando ogni tanto la tazzina di caffè della sua bocca.
Thierry intanto aveva dimenticato l'ora, e aveva anche dimenticato il suo caffè, che ormai freddo, ristagnava nella tazzina. Aveva occhi, solo per quell'insolito cerimoniale di bellezza che gli si offriva davanti.
Non c'era più nessuno per il sig. Thierry Dupont, il caffè era gremito e dei ragazzini facevano un gran vociare al tavolino accanto, ma per lui erano di colpo scomparsi tutti, il chiasso del caffè, la gente intorno, la sua ventiquattrore. Restava solo Alina, quella sconosciuta.
Non riusciva a distogliere lo sguardo da quella donna, aveva un corpo magro e tornito, indossava un vestito rosso di una seta leggera quasi palpabile che le copriva le gambe fino alle ginocchia, e che non offriva nessuna generosa scollatura alla vista, era casto, eppure in quella castità Thierry ci aveva visto tanta audacia. Si era perso.
Intanto la sconosciuta aveva finito il suo limone, e lo aveva poggiato sul tavolino, ne erano rimasti pochi morsi, ma forse, per Alina bastava così.
Poi, nello scorrere di un istante, aveva preso con sé la borsa e le sigarette, e si era dileguata, lasciandolo così attonito, immobile, al tavolino di le Rive Droute.
Lei non si era accorta di lui, non aveva visto quell'uomo così attento ad ogni suo gesto, seduto a quel tavolino, era presa da altro Alina, lui, Thierry, era preso solo da lei.
Deluso, lasciò pochi spiccioli al sig. Martin e passò vicino a quel tavolino, dove fino a qualche minuto fa era seduta Alina, cercando di scorgere con lo sguardo, un qualcosa, un particolare, che potesse portarlo da lei, che potesse permettergli di incontrarla ancora, di rivederla. Ma non vide niente. Un mozzicone di sigaretta giaceva solitario sul fondo del posacenere, la tazzina di caffè dove lei aveva poggiato più volte la sua bella bocca, era come abbandonata,relitto immobile su quel tavolino, e adagiato sul sottopiattino della tazzina, quel limone giallo consumato, che fu tentato di prendere e portarsi via, ma subito la ragione gli suggerì che sarebbe stato un gesto senza senso, e lo lasciò li, e riprese il suo incedere fermo ed elegante.
Era più accigliato di prima, il suo passo era più frettoloso e si dileguò anche lui lungo il viale.
Thierry tornò, quasi ogni giorno, alla stessa ora in quel caffè, con quella stessa speranza, e con un ardore sempre più vivo, alimentato dal ricordo, dal pensiero di Alina, e aspettò in quel caffè, col suo solito giornale spiegazzato, ingannando il tempo di quell'attesa gonfia di ogni speranza, intrattenendo conversazioni distratte. Per un lungo mese, Thierry sedeva allo stesso tavolino, e oltre a quei tavolini rigorosamente allineati, alla bicicletta gialla, incontrava solo la sua rinnovata solitudine, e qualche volta bevendo il suo caffè, distoglieva lo sguardo, e guardava fisso quel tavolino vuoto,sperando di figurarsi di li a poco, la donna col limone.