mercoledì 30 settembre 2015

Ever green.


E' l'ultimo giorno di settembre. Il mio blog si veste di foglie arancio, rossastre, gialle. In realtà anche il mio cuore ne è coperto, è interamente coperto di foglie d'autunno. Ogni tanto sullo sfondo dai colori accesi di questo blog, si scorge qualche bella foglia verde sopravvissuta all'autunno, o forse "evergreen" come quelle cose che non cambiano, chissà! L'estate, la torrida estate con le sue lusinghe d'amore e di sole è ormai alle spalle. Il mare è sempre lì, quell'azzurro che riempie a portata di mano, o meglio di chilometri. Qualche viale si tappezzerà di foglie, cadranno dagli alberi e vestiranno le strade e gli occhi si riempiranno di colori d'autunno e ai più scalderanno il cuore. Comincia a far fresco, c'è il cambio di stagione, si cambia pelle, si cambia abitudini, si cambia, dalla t-shirt al maglioncino. L'estate ha lasciato una qualche traccia sulla nostra pelle e non è l'abbronzatura che pian piano se ne va con l'illusione del sole, è qualcosa di più profondo che magari è destinato a svanire, magari no. Ho letto un libro nel mese di Agosto di Pamuk, il museo dell'innocenza, pagine che gridavano un amore che voleva somigliare un pò a quelle foglie verdi, che voleva essere ever green a tutti i costi, ma che in realtà era passato, come le foglie d'autunno. Pagine dense di amore, della ricerca spasmodica e senza freni dell'amore, pagine che trasudavano di ossessione, di innocenza. A volte speriamo che sia ever green l'amore che incontriamo, vogliamo a tutti i costi che quelle sensazioni provate durino, siano sempre verdi, come le foglie in primavera, e in cuor nostro coltiviamo questa speranza  e la innaffiamo come si fa con una pianta, ogni giorno, perchè affinchè qualcosa duri serve acqua, serve cura, serve dedizione, serve presenza, costanza. Puoi innaffiare una tenera piantina per un mese intero ogni giorno, darle sole, luce, nutrimento, cura, spalancarle le finestre, ma se poi all'improvviso la lasci con le finestre chiuse, al buio, e senza acqua, muore. Muore perchè le manca quella cura che la teneva in vita. A volte, invece, muore e basta. Muore perchè è il ciclo naturale delle cose, le cose vivono, e poi muoiono senza che nessuno possa fare niente per impedirlo. Le foglie d'autunno sono un pò come quegli amori che ingialliscono, che cambiano colore, che mutano nella sostanza e nella forma, che muoiono, ma che ci si ostina a tenere vivi perchè si ha paura di stare senza. E invece quando qualcosa si scopre non essere " evergreen" bisogna trovare il coraggio di lasciare andare ciò che credevamo fosse e non è stato. Ever green suona benissimo, una foglia verde, di un verde smeraldo intenso che brilla tra le foglie morte, brilla come la speranza che non si spegne, nè appassisce mai per il cuore.

venerdì 25 settembre 2015

L'intero.


A volte ti aggiusti ad amare qualcuno, a volte lo ami e basta. Ti capita, come quando esci in un mattino di sole e becchi inaspettata la pioggia e ti bagni da cima a fondo. A volte ti senti una mela intera con un cuore perfettamente integro, la mela è intera, le due metà combaciano perfettamente, sono uno studiato incastro del cielo. E quando trovi, o credi di aver trovato quella metà di te, che ti si attacca e ti si incastra come se tu fossi stata sempre intera, succede solo che ti senti intera e non importa quanto tu ci abbia messo per sentirti così, perché finalmente ti ci sei sentita. E non credi ci sia altra fottuta soluzione che rimanerci attaccata uso ventosa a questa meta', credi che sia naturale come respirare, mangiare, dormire, fare l' amore. Ti risulta normale solo restargli addosso a sta parte perfetta di mela che compone come un puzzle ad incastro il tuo cuore. E pare che serva tanto tempo per capirlo? Dicono. Io non credo, credo invece che hai quelle sensazioni immediate e che non dovrebbero cannarti mai, che ti dicono è questa la tua parte di mela mancante. Finché non pensi di averla trovata, ti puoi aggiustare con un altra metà che non combacia, che non è dello stesso colore della tua, che non ricompone il tuo cuore, ti aggiusti, ti adatti, e lo sai. Ma quando per un pò, per un tempo breve dal sapore di eterno, questa metà mancante che una divinità malvagia ha sottratto ad un intero perfetto, perché delusa dall amore, perché ingannata dal suo amante, ha combaciato con la tua, bè non ce la fai più ad aggiustarti con una mela verde e che non è tonda e rossa come la tua metà persa. Io credo che non ce la fai, puoi provarci a fartela andare bene, la rattoppi con uno spago e tieni le due diverse metà insieme, per un pò, illudendoti che più le tieni soggiogate e ostaggio di un filo più le tieni insieme e intanto quella dea cattiva se la ride perché pensa di essere riuscita nell intento di separare gli amanti, ma sbaglia. Se quelle due parti perfette di un intero hanno combaciato per un pò e poi si sono staccate e volate lontano, a causa di un vento ostile e furibondo, torneranno a ricomporsi. Se una meta' si ricompone alla sua perduta metà per un tempo, non potrà più sottrarsi all'intero e restare legato con un filo di spago ad una mela diversa, non può finire con l'aggiustarsi, marcirebbe. Non capisco chi si aggiusta ad amare.Non lo capirò mai. Da qualche parte c è la tua parte mancante perfetta che non t'aggiusta, ti fa sentire intero. Cercala finché avrai vita, e ne sarà valsa la pena, sempre. Serve tempo, pazienza, coraggio,forse la troverai sul fondo del mare, adagiata su un prato, nascosta nel fondo di un cassonetto e malandata, vicina a un coltello che vuole affettarla, tra le mani di un contadino. Ma se la trovi ed è la tua afferrala forte e non perderla più. 

venerdì 4 settembre 2015

Il mare non attraversa il cielo.

Non conta quanto qualcuno dica di volerti bene. Conta quello che fa con questo bene, conta quello che fa col bene che dice di volerti. Magari dice solo una marea di puttanate, il bene non ferisce, non fa aspettare, non svuota. Riempie sempre. Il bene trova sempre un posto, anche nell ultima fila, è paziente e ti ricarica come una pila con le batterie full. E quando questo bene arriva, sei quasi stanca di tenere la guardia sempre alta, di stare li pronta a schivare le sberle, i colpi, perchè pensi che ciò che è bene, presenza, cura, non te ne riserverà. E li sei fregata, stai per commettere un grave errore, perché prima o poi anche chi ti promette il bene del mondo, ha un coltello affilato nella tasca della giacca. E tu vieni colta alla sprovvista e tac il colpo è sferrato e la ferita è aperta. Si cresce anche così, con le bugie degli altri di cui ci cibiamo per fame di verità. Si da e si toglie, senza fare i conti con la misura delle cose. Si da e si toglie. Si dispensano parole infiocchettate che profumano di buono, di semplicità, di quotidiano, di calore. A volte mi chiedo se la gente di questo cazzo di mondo da un peso a quanto esce dalla sua bocca, non lo da. Il mare non attraversa il cielo. Il cielo e il mare a volte non si toccano nemmeno. Restano lontani, a distanza di sicurezza per non confondersi, per non perdersi. Appartengono alla stessa tavolozza di colori, blu cobalto. E quando ti sei accorta che cielo e mare sono due cose a parte, due entità distinte, te ne vai. Il cielo e il mare pare abbiano qualcosa in comune, l infinito, non arrivano mai in un punto, non arrivano mai a un limite definito, sono infiniti, come il bene, quando non è una bugia.

martedì 18 agosto 2015

La cellufemminite.


Sospiro di sollievo, scrollatina di spalle. Cara la mia femmina sei fuori dal tunnel! La prova costume è andata e anche per quest’anno te la sei cavata, quasi a buon mercato. Hai usato tutte le creme e pozioni esistenti sul mercato, in rima con le possibilità del tuo portafoglio, ogni mattina che si rispetti hai rifilato al tuo stomaco, che ormai grida pietà, quell’intruglio benefico, pare, di acqua tiepida con limone e zenzero, che poi sto zenzero, devi comprarlo sempre fresco, tipo ogni 2 barra 3 giorni o ti si avvizzisce nella dispensa e perde il suo magico effetto! E poi vediamo, finiti quei mesi di palestra, dove per tre giorni a settimana hai seguito il programma stilato per te dal tuo personal trainer e hai fatto scrupolosamente quegli esercizi che mentre li facevi, in quel preciso istante, una vocina, forse proveniente da quel neurone più esposto, imbevuto fradicio di endorfina, suggeriva, “ minchia st’estate avrai un fisico da urlo”, poi proprio così non è stato!!! E allora un altro neurone, quello a cui le endorfine che ti sei sparato gli fanno un baffo, bè sai lui ama la pizza, il pane, la pasta al pomodoro, le focacce della mamma, e le frittate di verdure, e i formaggi, bè quel neurone lì si lascia fare il cazziatone dal collega, e ti urla “ suggeriscono dalla regìa, “ ma se dopo 2 ore di palestra ti spari la pizza, il pane o la piadina romagnola, che t’aspetti”?? Ecco il nocciolo della questione è che finchè in te sarà acceso sto dibattito, finchè nella tua testa se la giocheranno ad armi impari sti neuroni di razze diverse, bè sognatela la fisicata da urlo!!! O segui gli esercizi, vai a correre e mangi frullati di frutta e verdure, verdure al vapore e riso e sushi, manco fossi approdata forzatamente sull’Isola dei diversamente famosi, e allora dopo un anno intenso la fisicata ti da il benvenuto facendoti un bel ciao con la manina, oppure bè devi accettare le conseguenze della tua dissoluta condotta. Un ventre piatto, non tanto piatto, perché durante il lungo e freddo inverno, te sei fatto un po’ di bicchieri, e ci siamo capiti che non intendiamo la collezione di quelli vuoti, no ma solo un drink il sabato, giusto un negroni sbagliato, na birretta, e però la birra ti piace e quanto ti piace e scende giù che è un piacere, e quindi perché privarsene? Tanto poi vado a correre, vado in palestra!!! No! No pain, no gain. Sante parole. A stecco, non si mangia! Poi la domenica a pranzo, bè viene la tua nipotina a mangiare con te, e alla piccola piacciono le patatine fritte e l’alibi è bello che pronto. Mamma quelle patatine e chi le ha inventate, santo subito. A me piacciono quelle belle carnose, la carne di patata è troppo buona, soffice e burrosa, le tieni nell’olio quanto basta e poi le asciughi ben bene e l’ultima strizzatina nello stomaco. E passi per la patata. E la nutella? Che mondo sarebbe nei lunghi e tempestosi inverni senza nutella?.. Ci sono quei pomeriggi d’inverno dove sostituisce la dieta mediterranea. Poi però da maggio in poi ti fai l’abbonamento alle carote, che pensi che da li a poco ti spunteranno i peli su tutto il corpo e lunghe orecchie da coniglio, e quindi dalla patata passi alla carota, cruda, centrifugata, grattugiata, poi associ i caroselli e da maggio in poi pensi che quando metterai piede su una spiaggia vicino alla battigia anche i pesci usciranno dall’acqua per farti la hola!!! Ciao proprio! Non vedrai manco un pescetto. Insomma mia cara femmina o mangi o sudi, e se sudi bè devi mangiare rigorosamente bene, ma tu vuoi mettere quella gioia esagerata che provi mentre addenti un rustico che trasborda di mozzarella, besciamella e pomodoro, così caldo e godereccio, che mentre lo divori pensi che il Padreterno ti ha concesso altri 10 anni di vita a gratis. O quel paninazzo dal camioncino, che divori a morsi golosi senza concederti tregua e dopo pensi Dio esiste ed è qui!.. Io bè care femmine del pianeta a tutta sta roba qui non so se posso rinunciare. Poi arriva quel neurone sparuto, che ti ripete “ devi bere tanta acqua”. Parliamone! Io appartengo alla categoria che se bevo tanta acqua, vuol dire che una bottiglia di 2 litri l ho finita in 2 giorni. Mi sembra quasi na prescrizione medica, dovrei educarmi a bere acqua, poi però mi chiedo, devo sforzarmi a fare qualcosa di così naturale che però per me naturale non è? E perché mai? Io quando bevo l’acqua, lo faccio con moderazione, non lo so, non mi piace il sapore che ha, non sa di niente. Ho quasi paura di annegare le creature dello stomaco e vado adagio, molto adagio. Fatte salve delle eccezioni, sono nel deserto, è estate e bevo a canna dal frigo come se non ci fosse domani. Ma la prescrizione corretta pare sembri suggerire che l’acqua devi berla sempre, ogni giorno almeno 1 litro o 2. Non ce la faccio proprio, però vabè la sostituisco con la birra, i succhi di frutta, le tisane, il vino. Non sarà acqua, ma sempre roba liquida è! Poi una si chiede pure, perché sul suo culo e sulle sue cosce abita un inquilina un poco indesiderata, la ritenzione idrica, alias quasi cellulite, alias la cellulite. Sono certa che dopo aver udito questa parolina qui, care le mie donne del pianeta, siete tutte o quasi sull’attenti, vabè eccetto per quelle stronze, che anche se non bevono acqua, non vanno in palestra, non vanno a correre e mangiano chilometri di schifezze, non ospitano questa bestiolina qua. Perché ci sono, ebbene si, ci sono quelle donne che è inutile mettersi dietro una lente di ingrandimento, non ce l hanno sta roba qua che infesta culi e cosce. E non c’entra mica l’età! E’ proprio na roba genetica, da albero genealogico, mia mamma ce l’ha, io ce l ho. Mia zia no. Cazzo potevo prendere da mia zia. Mi fa sorridere un sacco, la storia dei fanghi e delle creme, una si spende un po’ di euro in sti prodotti qui e pensa che la cellulite è debellata. Si ciao proprio. E vai di domo pack, ti incarti manco fossi na gelatina o un cioccolatino ripieno di fango. Friggi un po’ o congeli da siberia, quindi o stai all’inferno coi tizzoni al culo o al polo nord coi geloni al culo e dopo il sacrificio, bè sono migliorata eh, pensi. Oppure ti stendi sul letto, nuda come una lumaca senza bava, e ti cospargi i punti critici di crema miracolosa, e fai dei movimenti circolari dal basso verso l’alto tra culo e cosce, che a un certo punto ti si rincoglionisce la mano, il cervello tanto se arrivi a fare na roba del genere è già andato. Insomma tutti sti rimedi fai da te, per non parlare degli intrugli, delle compresse di sant’ ananas cell, rimedi palliativi, cazzate. La verità è una sola, se la cellulite decide di puntare il tuo culo e le tue cosce, arrenditi, ma che si tratti di una resa intelligente, quindi la ferma consapevolezza che ce l’hai, che non è colpa tua, che i tuoi avi ti hanno fatto un regalo indesiderato, che in fondo puoi anche amarla, come quella parte sopraggiunta di te e riderci su e sentirti bella e sexy anche se ce l’hai. Ce l'hanno tutte, ce l'ha Scarlett Jhoansson che io la vedo e penso a quanto è bona, sensuale e figa, e sono una donna, ce l ha, ci sono foto schiaccianti che lo documentano. Che poi parliamone, per alcuni uomini la cellulite è figa, li arrapa inevitabilmente. La cellulite fa femmina in barba a chi non ce l’ha. Questa è la mia teoria la cellulite è femmina, quindi proporrei un cambio di nome istituzionale, " la cellufemminite" e quindi quella marcia in più, quel non so che di sex-appeal tutto naturale in baffo al botulino e alle punturine dell'eterna giovinezza, alle liposuzioni. Lipo è bello! Quindi basta nascondere la vostra amica con gonnellini, slip extralarge, mutandoni che vi incartano, pareo, perchè voi non lo sapevate a cosa servono sti pareo? A celare la cellulite.  Non ti senti col culo apposto e ti soccorre Mr pareo, la soluzione ad ogni insicurezza da lato b. Comunque basta a tenere sto culo fisso sul telo manco lo avessi attaccato con l'attack o fissato con un chiodo, non mi giro di culo così non si vede. ma giralo sto culo al sole, che poi se ci pensi che tu abbia un pò di sana cellulite al culo è niente rispetto a chi la cellulite ce l ha al cervello. Quindi care femmine del pianeta guardatevi le natiche e le cosce e se ce l'avete sta cellufemminite sentitevi tanto Femmine.

lunedì 8 giugno 2015

Una piccola moneta d'oro.


..Ti capita tra le mani una vecchia foto, una foto che ti ritrae in un gruppo di ragazzi simpatici che sorridono allo scatto. Ho la faccia tonda in quella foto, gli occhi stanchi e un bel sorriso, indosso una maglia verde e accanto a me c'è una ragazza, magra, ha i lineamenti spigolosi, gli occhi verdi, la pelle olivastra, i capelli lisci di un nero troppo nero e sorride anche lei nella foto. Era uno scatto di gruppo. Eravamo a Roma, in classe, al master di diritto privato europeo e durante una pausa, abbiamo fatto quella foto. Quando me la ritrovo tra le mani, quando la vedo sbucare dalle pagine di un libro in cui la tengo custodita, affiorano tante emozioni, diverse. Una foto è un mondo. Ti spalanca una molteplicità imprevista di sensazioni, ti teletrasporta nel tempo e nello spazio, ti fa fare un salto nel passato, e ti rivedi a un banco di una classe nell'università " la sapienza di Roma", piena di speranze e di sogni per il futuro e accanto ad una persona, di quelle che si incontrano per caso, e altrettanto per caso restano per sempre, Elena. Incontri un casino di persone per la strada, quella che fai, a volte, capita che la tua strada incroci strade d'altri, perchè ti iscrivi a un master a Roma, perchè fai un concorso a Milano, perchè frequenti un corso d'inglese intermedio, perchè quella volta lì, che si ripete tante altre volte, incontri la gente e spesso la gente che incontri, resta nella tua vita e la riempie di cose. Ognuno ti da qualcosa, è come se ognuno rappresenti una piccola moneta d'oro che riempie la tua bisaccia, quello che è bello è che alla fine della corsa, la tua bisaccia trabocca di monete d'oro e di esperienze. Elena è tante monete d'oro tutte insieme. Come quella vecchia foto, che dura nel tempo, a dispetto di ciò che inevitabilmente scorre e ci lasciamo dietro, forse un pò nostalgici, una vera amica non scorre, non passa, resta e la si ritrova e la guardi ogni volta, come quando ti ritrovi tra le mani quella vecchia foto. E così l'ho rivista io. L'ho aspettata fuori dalla metro a fermata Marconi, mi pare si chiami così, ero cotta di stanchezza, dopo il viaggio in treno da Lecce, il tran tran dei mezzi, la borsa da viaggio stracolma, lo stomaco asciutto, ero li poggiata sul muretto e guardavo a destra e a sinistra lungo la strada, con la voglia di scorgere quel viso amico, e dopo pochi minuti di attesa, l ho vista arrivare in macchina, è scesa agile e snella come una gazzella e mi ha cinta in un abbraccio da africa nera, tanto era caldo e affettuoso. Ci sono quelle persone che sanno di pane, di zucchero, di dolci, che sanno di cose buone ed io devo dire la verità ho la fortuna di incontrarle. Mi sono subito sentita a casa, il tempo non vale un cazzo, non c'era più la costante tempo, non erano mica passati sti sei anni, mi pareva ieri ci fossimo trovate al corso, e invece sei lunghi anni si facevano beffa di noi, o meglio eravamo noi a beffarli. Ho trascorso una serata indimenticabile a testaccio, ho mangiato come uno scaricatore di porto, pur conservando inalterata una certa eleganza nei modi, ho bevuto vino bianco nel suo giardino di casa, manco fossi approdata nell'Eden, bianco, freddo e goloso, a lunghi sorsi, ero rinata. Capita che ti senti incredibilmente, fottutamente felice, con niente, con una persona vicino, con un bicchiere vicino, con qualcosa che frizza nell'aria e ti solletica l'anima, capita che ti senti schifosamente felice, capita, per fortuna capita anche questo. Capita anche quando ti senti a casa in un posto, le tue sensazioni te lo comunicano a gran voce, quelle non ti cannano mai, capita quando qualcuno che non rivedevi da sei lunghi anni ti allunga una mano e ti da il suo cuore, te lo da con un abbraccio che ti scalda e ti rinfranca dalla stanchezza, con una camera tutta per te che ti prepara per dormire, con una bottiglia di vino goloso che si scola con te come se in quel giardino fosse scoppiata di li a breve una festa esagerata. Capita quando cammini per le strade di testaccio con quel senso di libertà addosso e quella sensazione che puoi fare tutto, che di li a breve conquisterai il mondo, e ti dimentichi che il giorno dopo hai un esame da fare, un concorso, te ne dimentichi, come avessi battuto la testa su un sasso. Ci sei tu, l'amicizia, Roma e la tua libertà che sa avere un sapore sempre più buono. Questo conta davvero ciò che lasci a qualcuno, quel corredo che ti porti appresso ogni giorno inconsapevole della tua vita, perchè, è questa non è la scoperta dell'America, quello che  lasci a qualcuno, quel sorriso, quel bacio, quella stretta di mano anche inconsapevole ha un valore inestimabile. Dovrebbe esserci un museo che conserva questo, che tiene impreziositi i gesti che dispensiamo alla gente, quelli belli, e cestina come un download che abbiamo scaricato ma che non ci serve, quelli brutti, ed Elena è una gran cosa bella!

sabato 6 giugno 2015

Io sono io. Io non sono tu.

Quando ti trovi bene nei panni che indossi, sei tu. Quando indossi dei panni e sei, come dire, goffo e impacciato, ti muovi a tentoni, forse sei l'altro o ti muovi verso l'altro, senza raggiungerlo mai. Ma chi è l'altro?.. Non sei tu. A volte facciamo le cose perchè le sentiamo davvero, perchè ogni nostro gesto, ogni nostra azione, ogni movimento è dettato da un sentire interiore che ci muove con una naturalezza, con un moto quasi automatico, tanto è spontaneo e primordiale. E' come se ogni cosa che facciamo abbia in sè un pò di noi, ci dice quello che siamo, quello che vogliamo. Ci sono delle volte però, in cui questo circuito perfetto, fatto su misura, va un pò in tilt, si snatura, si lascia in un certo qualmodo condizionare, influenzare, muta per via degli altri. Per l'altro, non per te stesso! E' pressochè inutile nascondersi dietro un dito, fingere che non sia così, perchè ci raccontiamo una serie incredibile di balle, prima a noi stessi che è di gran lunga più grave, e poi agli altri, che alla fine lo è di meno. Perchè diamo così importanza all'altro, da mettere in silenzio se stessi? Perchè del giudizio altrui ci importa!!! E' inutile fingere che non sia così. Ci importa sicuramente di qualcuno cui teniamo, di quello che pensa di noi, non deve importarci, di chi non ci conosce, di chi non conosciamo. Io sono io, io non sono tu. C'è una parte di noi che ha questa sete inspiegabile di sentirsi dire e ripetere " è figo, è in gamba, è intelligente, è un supereroe" e se invece un tale x pensa che sei un decerebrato, uno stupido, un incapace, uno stronzo, se n0n intravede in te quello che tu ti vedi e riconosci essere ogni giorno della tua vita, bè perchè a questo punto deve importarti di questo giudizio? Perchè quella parte " diva" che c'è in te, cazzo, soffre!.. E allora amala di più, accoglila e maneggiala con cura, senza aspre condanne di sorta. Puoi calarti nei panni di un leone, pur essendo un asino, prima o poi raglierai, e chi se ne frega di essere fedeli all'immagine del leone, bè sarai di certo più figo, il re della foresta, ma a un certo punto, quanto ti importa davvero di esserlo? Puoi costruirti una criniera folta e lucente, puoi vestirti di fierezza, puoi lanciarti nel branco dei leoni, ma prima o poi quel grido interiore che ti dice che sei un asino, lo senti, eccome, e c'è che tu sei un sacco felice da asino. E poi chi ti dice che vinca il leone o l'asino?.. Non credo vinca nessuno, se l'uno finge di essere l'altro e viceversa, credo vinca la fedeltà alla propria vera natura. Credo che questo davvero conti e importi, assecondare quello che si è, dare voce a ciò che si è davvero, e selezionare le voci d'ascolto, non tutte meritano di sapere chi sei. Ad alcuni non andrai bene affatto, penseranno che sei d'altri tempi, fuori dagli schemi, o uno stronzo, un superficiale, ma qualunque cosa tu sia, qualunque cosa ti abiti dentro, sta lì e non cambia, è come l'impronta digitale. Ognuno di noi è unico nel suo genere, venuto al mondo e buttato lo stampo. Io sono io. Io non sono tu. 

mercoledì 22 aprile 2015

Le medianeras.



Quando signora Insonnia bussa alla porta della tua stanza, il modo migliore per accoglierla è aprirle, provvista di intelligenti munizioni, come possono esserlo, un libro, o un p.c. acceso su un canale streaming. Ed è così che l ho accolta io la notte scorsa l'insonnia, ho cercato tra i mille film proposti dal sito, e alla fine ne ho scelto uno a caso, che si è rivelato molto bello e di cui ho una gran voglia di parlarvi. Quindi signora Insonnia si è accomodata in poltrona ed è rimasta silente per tutto il tempo ad osservarmi, finchè esausta si è addormentata, lei, ovviamente. Streaming è una trovata intelligente, un pò come le reti wireless, un pò come la salsa ketchup nelle patatine, l'I-pod, il forno a microonde, i pacchetti groupon, i viaggi low-cost, e tant'altro di geniale e gratuito, o quasi. Intelligenza, poi vuol dire anche sfruttare l'intelligenza di un sistema intelligente e quindi che lo show abbia inizio!
Del tutto alla cieca, ho beccato un film cult dell'anno 2014, dal titolo " Medianeras, innamorarsi a Buenos Aires, opera prima di Gustavo Taretto. La location è la città di Buenos Aires, una città triste, che volta le spalle al proprio fiume, con numerose ipertrofie urbanistiche, mastodontiche e variegate, belle e orrende al contempo poste a metafora dell'animo stesso degli abitanti. Il film ha inizio con un susseguirsi di immagini che ritraggono questa città così convulsa e caotica dove ogni essere umano tende a rappresentare solo un numero, e delle volte un numero che si è dimenticato. Tra i milioni di persone che popolano la metropoli, i protagonisti del film sembrano essere due ragazzi che vivono una vita quasi parallela, eppur adiacente, vicina, destinati a sfiorarsi, via via sempre più vicino, fino a toccarsi e incrociarsi solo verso la fine della proiezione. Siamo in piena era internet, Martin e Mariana, vivono in due palazzoni adiacenti, dove gli stessi appartamenti sembrano essere vere e proprie scatole per scarpe, quasi completamente privi di un occhio sul mondo circostante, dove se mai dovesse esserci una terrazza, questa è talmente piccola, che un povero cane, lasciato da solo e costretto ad andare su e giù in uno spazio ristretto di pochi metri preferisce suicidarsi lanciandosi giù, dove un bimbo piccolo in sella alla sua moto-giocattolo va avanti e indietro più volte quasi a ripetere un ritornello stonato. Veniamo a Martin, lui lavora per il suo psichiatra, di cui cura il sito internet, è in cura per un problema di psicosi, ma in via di guarigione, esce molto poco di casa, vive praticamente attaccato al computer e quelle poche volte in cui decide di uscire dalla sua scatola di scarpe, bè si attrezza del suo zainetto pesante, che contiene, tra psicofarmaci, guide antipanico, anche il dvd di playTime, tre film di Tati, preservativi, etc. Insomma un vero e proprio kit di sopravvivenza. Martin è un fobico, un web designer che si è talmente rinchiuso in se stesso e nelle mura di casa, da riuscire ad uscire da questa psicosi, solo grazie alla fotografia. Mariana invece, che abita nella scatola di scarpe adiacente, è una gran bella ragazza, fragile, anche lei con nevrosi e turbe, è architetto, ma non ha mai realizzato nulla, neanche un bagno, e lavora come allestitrice di vetrine per poter sopravvivere.Ha rinchiuso fuori dalla sua vita ogni rapporto sociale, dopo un rapporto durato 4 anni con un uomo che a un certo punto, ha guardato per la prima volta, dopo anni, come un estraneo. Lei è claustrofobica, si cura poco o per niente, non prende l'ascensore, mai, si fa a piedi gli otto piani di scale per raggiungere il suo appartamento. Le piace allestire vetrine, vestire manichini, la fa sentire anonima e questo la toglie dalla visibilità, dall'imbarazzo di essere o dover essere qualcuno. Un manichino d'uomo se lo tiene in casa, come per farsi compagnia, gli fa la doccia, lo veste e lo sveste e si eccita pure con lui, dicendogli il giorno dopo mentre facendo colazione beve il suo caffè, di non illudersi perchè è stato solo sesso. Piange disperata quando l'inquilino della stanza accanto suona imperterrito il suo pianoforte, quella musica le tocca delle corde e allora tira dei colpi sul muro, per farlo smettere, o lancia con forza il suo tazzone del thè o caffè contro il muro per far tacere la musica. Mariana rifugge ogni rapporto, ogni relazione, crede di bastare a se stessa, si sente al sicuro nel suo anonimato. Quando un tipo nel negozio le chiede di uscire, lo molla al tavolo da solo e fugge via, quasi confortata per esservi scampata. Martin invece ha le sue " storielle" di poco conto, e vive con un cagnolino bianco, di piccola taglia, una barboncina, che la sua ex gli aveva lasciato in custodia quando tempo fa aveva deciso di partire, senza però più tornare. Martin si sbarazza di una poltrona con le rotelle, che trovava dannosa per la sua cervicale, Mariana, la trova giù abbandonata e la trova carina e la recupera, portandosela nel suo appartamento. Entrambi insomma sono single e sociopatici. Tristi come i palazzi della loro città e la loro facciata: "medianera", appunto,una facciata inutilizzabile, senza finestre, dove vengono appesi manifesti pubblicitari scarsamente attraenti. Pare sin da subito che Martin e Mariana siano fatti per piacersi, amano le stesse cose, ascoltano la stessa musica, frequentano la stessa piscina, piangono davanti allo stesso film, eppure mai incrociati, mai fino a quando entrambi, decidono di far aprire un buco, a mò di finestra sulle medianeras, quelle facciate inservibili. Davvero divertente e simpatico è il momento in cui entrambi si affacciano, e lei sbuca da una finestrella in alto nel bel mezzo di uno slogan pubblicitario e lui da una finestrella in basso all'interno di un paio di boxer da uomo, scena davvero simpatica e quasi surreale. Si vedono da lontano per la prima volta e sorridono, entrambi hanno voglia di uscire dalla trappola di cemento urbano che li avvolge, e di trovare una soluzione a quel caos di grattacieli e volti senza nome. Poi a un certo punto, verso la fine del film, Martin e Mariana, si incontrano, lei lo intravede dalla finestra, vestito come quel personaggio della sua vita, che in un libro illustrato che la accompagna da sempre, cerca con una lente di ingrandimento di scorgere nella moltitudine della folla, vestito con una maglia a righe bianca e rossa, e con quel cagnolino bianco al guinzaglio, lo scorge dalla finestra, in martin, riconoscendovi qualcosa di familiare e vince persino la fobia dell'ascensore, ci sale su e scende fino ad uscire fuori dal palazzo e incontrarlo. Si guardano per la prima volta e qualcosa scatta. L'ho trovato un gran bel film che da l'idea di come in un era in cui si è costantemente connessi si è poi così dannatamente soli. Un film che mostra i personaggi per quello che sono, ammalati di solitudine, tanto da rifuggire con ogni mezzo e modo il sociale, chiusi in se stessi, veri, con i loro drammi, le loro psicosi, ma veri, senza apparenze a tutti i costi. Ed in fondo dove sta scritto che bisogna essere diversi da quello che si è, che necessariamente bisogna apparire vincenti, socialmente forti e brillanti?... Mariana e Martin sono tutt'altro, fanno un uso costante di psicofarmaci seri, senza farne un dramma, vivono una vita lontano dai riflettori, perfino del quotidiano, convivono con le loro nevrosi e le loro vite anonime e sono, infelici, talvolta anche felici. A me è piaciuto molto questo film, perchè il vero coraggio non sta nel tessere le proprie lodi o apparire forti e vincenti, quello, purtroppo, sembra pagare, ma solo in una società, dove o si balla quella danza o sei tagliato fuori, perchè devi venderti bene, devi avere buone referenze, o sei inevitabilmente escluso, sei out, fuori. e quindi come tanti soldatini, ci mettiamo in riga e seguiamo la marcia, una marcia che o rende felici noi stessi o che non ci porta da nessuna parte, o meglio si, solo ad assecondare le aspettative e i bisogni degli altri. Il vero coraggio è mostrare le proprie fragilità, il proprio tallone d'achille e pensare che tutti noi, chi lo nasconde meglio degli altri, chi no, siamo incredibilmente umani.