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martedì 18 luglio 2017

Elena e il ronzino.








Elena si è sbagliata e ha tanto amaro in bocca che sosta indesiderato. Gioca alle corse dei cavalli lei, e ha sempre creduto di essere un abile giocatrice, per così dire un'intenditrice delle corse. Per mesi di fila ha puntato la sua giocata sul cavallo sbagliato. 
Eppure le piaceva quel cavallo, anche se tutti le suggerivano che era brutto e che di certo non avrebbe vinto, non avrebbe retto alla corsa. Lei però lo vedeva bello e vincente e ignorava tutti i suggerimenti, per lei aveva una folta e lucente criniera, le zampe agili, un manto nero che pareva di velluto, e poi era un cavallo che rideva tanto, ogni tanto le faceva quella risata che sanno fare i cavalli, mostrandole tutti i denti.
E invece dopo mesi si è rivelato un ronzino, che ha fatto solo finta di partecipare alla gara, in realtà non si è mai preparato per vincerla.
Solo lei lo vedeva bello per poi scoprire all'improvviso che non aveva per niente il manto nero e vellutato, affatto!
Però si sa quando si guarda qualcosa attraverso la lente del cuore, ogni immagine perde consistenza reale, e per Elena era così, vedeva quel cavallo per come non era, e forse non era mai stato, poi di colpo aveva levato il filtro, e lo stallone nero da corsa l'aveva  visto come un ronzino, che non era mai uscito dalla stalla.
Le emozioni le hanno giocato un brutto tiro, l'hanno cannata di brutto per poi ridersela alle sue spalle, ed Elena si è sentita stupidissima, e ha pensato che ancora una volta un ronzino travestito da stallone l'ha presa in giro, l' ha ferita, l'ha lasciata a piedi.
Avrebbe potuto accorgersene prima, molto prima, evitarsi tutta questa disillusione, ma lei è una che ci deve sbattere col muso nelle cose, che si deve rompere le ossa, che deve fare lunghe cavalcate che non portano in nessun posto per capire che quello lì non aveva neanche lontanamente le sembianze del suo nero stallone da corsa.
Poi scesa da cavallo, l' ha guardato mentre si allontanava e ha visto un vecchio ronzino, la cui sagoma si sbiadisce e scolora, ha levato tutti i filtri, non le importa più. 
Ha dato tanto amore a quel cavallo, ha dato tutta se stessa, anche se lui nonostante l'abbia guardata con i suoi occhi piccoli e sgranati non l' ha mai capito. Hanno cavalcato insieme nella prateria, hanno anche saltato qualche staccionata, ma poi l' ha lasciata a piedi, non se l 'è sentita di affrontare la corsa, anche se Elena ha provato a convincerlo, ha provato fortemente a fargli capire che ne sarebbe valsa la pena.
Lui ha fatto qualche altro giro di campo nel recinto, dopo che lei gli hai lustrato con la spazzola la nera criniera, gli ha dato la biada buona, e lui si è lasciato accarezzare e strigliare ben bene, pareva contento e ha ripreso a cavalcare per il sentiero, mentre Elena si è nascosta dietro la radura, e aveva paura, non voleva farsi trovare, perchè in cuor suo lo sapeva che era infida quella sella, che sarebbe caduta e si sarebbe fatta male, e mentre lui sostava tranquillo volgendo lo sguardo verso di lei, non si è fatta più trovare, è fuggita via.
Poi non appena si è sentita più forte, l'ha cercato ancora, e lui, come sempre si è fatto trovare, ma non vuole correre, gliel' ha fatto capire appena lei ha provato a montarlo, ha flesso le ginocchia e l' ha fatta scendere. Elena lo ha guardato negli occhi e una lacrima le ha rigato il viso, lui si è rialzato ha scosso la criniera e si è dileguato nella prateria. 

lunedì 30 maggio 2016

Narciso infelice






" Risuona l'eco delle ultime parole"!!! .. La parola Eco, nasce da ciò che ne resta dell'amore della bella ninfa Eco per Narciso. Entrambe queste figure hanno riempito pagine della mitologia greca. Narciso era figlio della ninfa Liriope e del fiume Cefiso, che innamoratosi della ninfa la avvolse nelle sue onde e nelle sue correnti, possedendola, e da questa unione nacque Narciso, un bambino di indescrivibile bellezza e grazia che avrebbe avuto una lunga e felice vita, se mai non avesse incontrato e conosciuto se stesso. Narciso crebbe di una bellezza disarmante e senza eguali, tanto che chiunque gli si avvicinava si invaghiva di lui, ma Narciso rifuggiva ogni attenzione amorosa,  era denso di vanità e profondamente insensibile. Un giorno, mentre Narciso era in giro per i boschi, intento a tendere trappole per catturare i cervi, la ninfa Eco lo vide e si invaghì di lui, tanto che lo segui' silenziosamente per i boschi, finchè un giorno, che Narciso si era smarrito nel bosco, lei offrendosi di aiutarlo, gli si mostrò al fiume traboccante d'amore e pensieri teneri, donandosi a lui come un dono. Ma Narciso alla vista di Eco scappò via inorridito. La povera ninfa respinta, si lasciò via via morire per la passione per Narciso che fu aspramente punito da Nemesi per la sua freddezza, e mentre si dissetava nel fiume, vide il suo volto riflesso nell'acqua e cominciò a struggersi solo per quel volto, per se stesso.  " Racconta Ovidio ( Metamorfosi III, 420 e .) " Contempla gli occhi che sembrano stelle, contempla le chiome degne di Bacco e di Apollo, e le guance levigate, le labbra scarlatte, il collo d'avorio, il candore del volto soffuso di rossore... Oh quanti inutili baci diede alla fonte ingannatrice!... Ignorava cosa fosse quel che vedeva, ma ardeva per quell'immagine..."
L'immagine più esaustiva di mille parole, racconta con un contrasto netto e forte, quasi violento nella sua forma descrittiva, la bella Eco che si offre come un dono, nuda alla fonte, ad un uomo, innamorato solo di se stesso. E tutti gli sforzi, i tentativi, gli slanci della povera ninfa si rivelano vani ed effimeri. Osserviamo un Narciso completamente giogo e vittima della sua stessa immagine, incatenato a se stesso, occupato solo di splendere per tutti, che non può accorgersi di un cuore semplice che gli viene teso tra le mani. La bella Eco incontrandolo si condanna all'infelicità, e a causa di questa passione non corrisposta si lascia lentamente morire. E' evidente dalla mimica teatrale dell'immagine, il netto contrasto tra un volto che guarda nella direzione dell'altro, completamente proteso a guardare se stesso. Eco muore, ma forse la sorte più triste viene riservata a Narciso, che invece si condanna solo a vedere la sua immagine riflessa e a struggersi d'amore per un immagine che ha inconsistenza, che non può baciare, amare, toccare, perchè sfugge, si ritrova vittima di sè, pago solo di sè, o forse mai pago, si condanna alla solitudine, ad un appagamento effimero, quello di splendere per chiunque incontri, sempre attento a mantenere accesa quella luce di splendore, si condanna alla solitudine, a non avere quel naturale e sano slancio di amare qualcuno che non sia se stesso. La peggiore delle sorti in vita, non essere in un angolo di cuore di nessuno, solo che questo Narciso non lo sa, non lo sa di essere infelice, perchè è Narciso.
Veniamo a noi, staccandoci dalla mitologia, oh ma quanta fatica fa uno ogni giorno ad essere Narciso? Quanta sofferenza catalizza? Quanta solitudine ingoia?... Quanto impegno a tenere accesa la luce dello splendore vanesio?... Mah credo che Narciso sia davvero il più disgraziato dell'Olimpo, ma non lo sa, quindi da qui il disturbo di personalità, non lo sa ed è felice della sua infelicità. Bel quadretto, non c'è che dire. Si ciba di felicità, emozioni vissute con intensità al cubo, poi appena queste emozioni lo annoiano, lo tediano, ne ricerca un'altra, e ritiene quella precedente non all'altezza. Colleziona emozioni monouso, vive per splendere. Deve essere na gran faticaccia impegnarsi a splendere, stare sempre a mille sul sentiero che porta al tempio e poi rinchiudersi in una stanza del tempio a doppia mandata quando le batterie sono a terra. Povero Narciso, condannato da Nemesi a questa vita infelice. Ecco ora ve lo voglio dire, per me, Narciso era un infelice, baci vani alla sua immagine, e poi rifiuta una donna in carne, più carne che ossa che gli si offre. Ah non capiva proprio niente sto Narciso qua. Avere un posto nel cuore di qualcuno credo sia di gran lunga meglio dell'aridità emotiva e la solitudine, avere un posto in cui tornare è come ricevere un dono, un pasto caldo, un vestito da indossare, avere un porto dove attraccare. Invece Narciso vaga per i boschi e rifugge ogni genere di amore che gli viene offerto, ama se stesso. punto. Colgo una sorta di distorsione cognitiva in questa pagina mitologica. L'espressione " Ama te stesso".. è una delle più belle espressioni che io conosca, amare se stessi è il primo passo per amare gli altri, altrimenti non può esserci alcuna forma di amore sano, ma in questa pagina mitologica dove Narciso la fa da padrone, sembra la si legga come " Ama solo te stesso". Chi ama solo se stesso, chi cerca la propria immagine riflessa in uno specchio d'acqua, bè non potrà mai amare davvero nessuno, potrà planare superficialmente sull'amore, o sull'idea di amore, usare questo amore, cibarsene come un lupo si ciba degli agnelli, ma non potrà mai amare, troppo intento ad osservare il volto di se per accorgersi di un volto di donna che guarda nella sua direzione. Comunque sia resta una pagina interessante. Infelice si. ma interessante.

mercoledì 27 aprile 2016

IL Ranocchio e la lumaca.

La paura. Oggi voglio parlarvi di questo. Cos'è la paura?.. La paura è qualcosa che ti fa fare quello che fai tenendo il freno a mano, la paura è quella sensazione scomoda, quasi fastidiosa come una mosca che ti ronza intorno e che non riesci ad afferrare, che ti affanni a mandar via, e che spalanchi la finestra perchè speri che se ne voli via. La paura è questo, è quel freno che mettiamo alla felicità. E poi stai li a chiederti se la felicità meriti i tuoi freni, quei freni che la ragione ti indica, quei freni che si accendono come indicatori direzionali che ti portano solo fuori strada. Il salvagente ti protegge se non sai nuotare e ti protegge anche se sei un abile nuotatore, quel salvagente li' che preso a buone dosi, come uno sciroppo d'acero, che ti fa bene, bè ti salva, ti protegge dall'esporti nuda e cruda davanti a qualcuno che può toccare con mano le tue fragilità, una per una mentre sfiora la tua pelle, e ti conta le costole. Che bella la fragilità, ci fa essere veri, liberi da schiavitù di forme e clichè, ci fa sentire noi stessi fin in fondo, con le mani che all'occorrenza tremano, con il cuore che ti batte forte all'improvviso e che non puoi fermare, sarebbe stupido fermarlo, dettargli leggi, regole, condizioni, che comunque non ascolterebbe mai, il cuore in queste questioni è completamente sordo. Su una pagina di un libro che tra l'altro ho amato tanto, e continuo ad amare in un modo pressochè intimo e personale, perchè mi è stato regalato da un amica, una di quelle che avresti desiderato fosse presente al tuo matrimonio, alla nascita del tuo bimbo, alla tua dipartita, quell'amica per sempre, quella che il mondo crolla e lei resta, quella con cui vorresti condividere emozioni, quella che c'è ancora, silente, lontana, ma c'è, che mi incrocia, che incrocio, per caso, che resta. Insomma lunga licenza o divagazione che dir si voglia, a parte, questo pezzo qui dice "  ho paura perché da qualche tempo mi sento come una lumaca senza guscio e che quel lui cui lo dici, senza filtri e senza difese che solo gli adulti sanno innescare,  ti risponde ".. se è per questo anche io ho paura, mi sembra di essere una rana senza membrane connettive nelle zampe " e si resta così per un po' a guardarsi negli occhi con le proprie fragilità, nudi, non solo senza vestiti addosso, ma nudi nel senso più vero. Si resta così una lumaca senza guscio e un ranocchio privo di membrana connettiva.   Ed io credo che è esattamente così che dovremmo mostrarci, nudi, senza membrane connettive nelle zampe e come una lumaca senza guscio, vestiti delle nostre fragilità. Cazzo, mi direte voi, la fai facile.. Bè io rispondo che non è di certo facile, perchè quelle parti di noi che sono lì vigili, pronte a difenderci, a soccorrerci, a vestirci di orgoglio, vanità, sicumera, che in qualche modo tirano un sipario su quel bimbo/a che ha paura di mostrarsi come un adulto funzionale. E invece, quello che ci sfugge, è che sono le nostre fragilità a creare i nostri punti di forza. E' partendo da quelle, che lavorando su noi stessi, si va lontano. E' quasi come figurarsi un corpo nudo di donna che da sola con fatica e maestria con in mano un piccolo scalpello, modella se stessa, andando a snellire, scolpire, quelle parti dove la fragilità s'addensa, andando a lavorarci su, alla ricerca di un corpo perfetto che però rappresenta l'anima. Ora scappo ho delle raccomandate da fare e la posta mi chiude a breve. Spero facciate tesoro di quanto vi ho detto. Ridete delle vostre fragilità, amatele, conviveteci, fateci l'amore e avverrà il miracolo. Ciao, per ora.

mercoledì 30 settembre 2015

Ever green.


E' l'ultimo giorno di settembre. Il mio blog si veste di foglie arancio, rossastre, gialle. In realtà anche il mio cuore ne è coperto, è interamente coperto di foglie d'autunno. Ogni tanto sullo sfondo dai colori accesi di questo blog, si scorge qualche bella foglia verde sopravvissuta all'autunno, o forse "evergreen" come quelle cose che non cambiano, chissà! L'estate, la torrida estate con le sue lusinghe d'amore e di sole è ormai alle spalle. Il mare è sempre lì, quell'azzurro che riempie a portata di mano, o meglio di chilometri. Qualche viale si tappezzerà di foglie, cadranno dagli alberi e vestiranno le strade e gli occhi si riempiranno di colori d'autunno e ai più scalderanno il cuore. Comincia a far fresco, c'è il cambio di stagione, si cambia pelle, si cambia abitudini, si cambia, dalla t-shirt al maglioncino. L'estate ha lasciato una qualche traccia sulla nostra pelle e non è l'abbronzatura che pian piano se ne va con l'illusione del sole, è qualcosa di più profondo che magari è destinato a svanire, magari no. Ho letto un libro nel mese di Agosto di Pamuk, il museo dell'innocenza, pagine che gridavano un amore che voleva somigliare un pò a quelle foglie verdi, che voleva essere ever green a tutti i costi, ma che in realtà era passato, come le foglie d'autunno. Pagine dense di amore, della ricerca spasmodica e senza freni dell'amore, pagine che trasudavano di ossessione, di innocenza. A volte speriamo che sia ever green l'amore che incontriamo, vogliamo a tutti i costi che quelle sensazioni provate durino, siano sempre verdi, come le foglie in primavera, e in cuor nostro coltiviamo questa speranza  e la innaffiamo come si fa con una pianta, ogni giorno, perchè affinchè qualcosa duri serve acqua, serve cura, serve dedizione, serve presenza, costanza. Puoi innaffiare una tenera piantina per un mese intero ogni giorno, darle sole, luce, nutrimento, cura, spalancarle le finestre, ma se poi all'improvviso la lasci con le finestre chiuse, al buio, e senza acqua, muore. Muore perchè le manca quella cura che la teneva in vita. A volte, invece, muore e basta. Muore perchè è il ciclo naturale delle cose, le cose vivono, e poi muoiono senza che nessuno possa fare niente per impedirlo. Le foglie d'autunno sono un pò come quegli amori che ingialliscono, che cambiano colore, che mutano nella sostanza e nella forma, che muoiono, ma che ci si ostina a tenere vivi perchè si ha paura di stare senza. E invece quando qualcosa si scopre non essere " evergreen" bisogna trovare il coraggio di lasciare andare ciò che credevamo fosse e non è stato. Ever green suona benissimo, una foglia verde, di un verde smeraldo intenso che brilla tra le foglie morte, brilla come la speranza che non si spegne, nè appassisce mai per il cuore.

venerdì 13 marzo 2015

Forse... nessuno si salva da solo!










Una porta chiusa. Un corpo di donna che si riflette nello specchio, prima coperto da un vestito etereo, poi nudo, l'ossessione della perfezione, della bellezza, vagheggia la scena iniziale del film di Castellitto, regista del libro scritto dalla moglie, " nessuno si salva da solo". 
Due. due persone, un uomo e una donna che si incontrano in un ristorante per consumare una cena, per terminare di consumare se stessi. Lui è Scamarcio, nei panni di Gaetano, lei è Jasmine Trinca, la moglie, ormai ex, di lui. Si incontrano per decidere come combinare le vacanze dei loro due figli. Lei appare bella, ma ha i tratti del viso rigidi, quasi incasellati, la bocca ferma, che si lascia andare in smorfie che sfuggono ad un austerità quasi plastica, un'austerità, una compostezza, che non tardano a decomporsi. Lui invece, sembra sicuro, quasi spavaldo a tratti, con quell'intercalare ironico, sadico, quasi cercato. Si guardano ma è come se non si vedessero nemmeno. I giochi, le dinamiche di una coppia consumata, sembrano possedere la scena come ombre che passano e sfumano sullo sfondo. Uno snodo di didascalie felici e dolorose che si alternano e si rincorrono senza posa, senza fiato, dalla prima scena tirata fuori dal libro delle memorie. 
Il primo approccio, i primi baci, la passione che divampa infuocata, il sesso esasperato nelle scene, i litigi furiosi, i giochi, la complicità, l'amore, che padroneggia indisturbato nella scena del parco, dove lei sviene e lui dopo averla presa tra le braccia, come a volerla salvare col suo amore, la imbocca come una bambina con delle paste che trasbordano di crema pasticcera, e mangiano golosi e si amano golosi, e lei gli dice " Grazie" e lui chiede " perchè"?.. E lei risponde ".. grazie di amarmi". 
Un amore urlato nelle scene esplicite di sesso, dove si danno l'uno all'altra senza riserve, negli eccessi di uno slancio di carne e cuore. Lei non ha mai ricevuto amore, mai quello sperato almeno, e il rifugio nell'anoressia e nella bulimia, l'hanno sempre fatta sentire apposto, come fosse il controllore di una vita fragile, una vita familiare senza amore, una vita all'improvviso piena, traboccante di amore, un amore che viene da un uomo bello, sfacciato, diretto, giocoso, ironico, pungente, quasi teatrale in alcune scene spinte all'eccesso, un uomo che sugge i suoi seni mentre lei allatta il bambino, un uomo che le lecca con avidità i denti, che sono consumati, fragili, che sono quella macchia evidente di un mancato amore. Gaetano e Delia si amano, si sono amati, senza tempi, filtri, si sono dati senza calcolo, piani, schemi, l'uno all'altra, nella spontaneità del divenire quotidiano. E poi, l'amore, questo amore che salva, si blocca, si ferma, si rompe, ha un black-out, non muore, muta, si riempie d'odio, risentimento, rabbia, rancore, gelo e l'idillio si spezza. Quando qualcosa che salva, si spezza, cerchi qualche brandello di salvezza altrove. E qui Castellitto è maestro nell'accendere quel contrasto di intenti nell'attaccarsi a un salvagente. Lui, Gaetano scopa,  e lo fa come per dare sfogo ad una rabbia che gli abita dentro, come per sfuggire ad un baratro che gli si è splancato davanti, e che non vuole vedere, lei invece da spazio all'immaginazione, al flirt vagheggiato, all'amore platonico, si aggrappa ad una fantasia nella speranza che la tenga in vita, come quella respirazione bocca a bocca che il padre di un amichetto di scuola del figlio le fa nel bel mezzo di un parco. Entrambi, Gaetano e Delia, a loro modo, vogliono sfuggire al baratro, alla fine di quell'amore che li ha salvati. 
Nessuno si salva da solo. Cerchiamo, forse, quasi, inconsapevolmente qualcuno, qualcosa che ci salvi, sfuggendo a noi stessi. Si dipana per l'intero svolgersi del film un continuo andirivieni tra passato e presente, che si toccano, si scontrano, si fanno male, si inseguono senza mai raggiungersi, ormai quel passato è lontano. Squarcia la scena come un taglio netto su una stoffa, violento e deciso, un gesto che lei, nel bel mezzo della cena fa, lancia sul viso incredulo, scettico dell'ex compagno il gelato che aveva nel bicchiere, e poi la rabbia lascia il posto all'emozione e crolla in un pianto dirotto e isterico. Lui ancora incredulo, si toglie il gelato dalla faccia e si lancia in improperi, attacchi verbali violenti e insulti. La fine. 
Intanto una vecchia coppietta, li osserva per tutto il corso della cena, incuriositi, a volte basiti, a volte invadenti, ma di una curiosità sana. Loro, un pò attempati ed eleganti, sembrano godersela bevendo champagne, sembrano essersi salvati, loro. Ho trovato duro, forte, davvero triste, questo costringersi a dirsi, l'uno contro l'altro disarmati, è finita, non ti amo più, tra singhiozzi repressi e occhi che tradiscono le parole. 
Poi alla fine della cena, quella coppia che si è salvata, si avvicina al tavolo, e lui, un ironico ed elegante Vecchioni, invita la coppia, che non nega di aver osservato, a pregare per lui, e con frasi brevissime accenna alla vita vissuta con la sua compagna, che cinta da un elegante scialle lascia dondolare i suoi bruni e lunghi capelli con una bocca rossa che ride, abbracciata nell'incedere al marito, che dice di essere malato e di aver però trovato la salvezza. 
E' aspro il confronto, quei vecchi signori, con tutti i loro fardelli e i loro problemi, si sono salvati, hanno vinto, hanno capito tutto, hanno saputo farci con ciò che gli è capitato, loro due, gaetano e Delia, no! Si sono arresi, hanno ceduto, non hanno saputo mediare, andare oltre, tenersi, amarsi. Ma qual'è il vero segreto di tenersi?.. Incontrarsi, scoprirsi, amarsi, sono in sè un meraviglioso miracolo, tenersi è il miracolo che continua. 
Delia rientra a casa, con lui, osservano i loro due figli e poi lei mangia avidamente un piatto succulento in cucina, a bocconi avidi e dopo ride e continua avidamente a mangiare, mentre osserva lui che giocoso, sorridente, con le mani in tasca si allontana saltellando fino a scomparire dietro l'angolo. Non si coglie, forse si lascia volutamente all'interpretazione libera dello spettatore, ormai affondato nella poltroncina, se Gaetano e Delia si sono salvati. O come si siano salvati?.. Forse si sono salvati evitandosi di farsi ancora male e dandosi la possibilità di amare qualcun altro, forse non si sono salvati, perchè non hanno saputo tenersi ancora. Le generazioni di un tempo erano di certo più brave a tenersi, nonostante tutto e credo che questo messaggio nel film giunga urlato. Dovremmo essere così, abbastanza forti da tenerci, abbastanza coraggiosi, abbastanza innamorati delle possibilità da non perderci, imparare un pò dai nostri vecchi, imparare ad amarsi nonostante. 
C'è qualcuno che ci salva che se ne va indisturbato per le strade del mondo, che non abbiamo ancora incontrato, o che abbiamo sfiorato, solo visto, c'è questo qualcuno per ognuno di noi? e se c'è vale la pena questo amore che salva e poi spezza le ossa?... Lo lascio a voi questo interrogativo irrisolto. 

mercoledì 11 febbraio 2015

Io l'ho visto Sanremo.









Ieri ho visto il Festivàl di Sanremo, la famosa Kermesse che ogni febbraio che si rispetti ha luogo nella bella cittadina sanremese. L'ho visto per una motivazione ben precisa, credo l'unica, per godere dell'esibizione canora di Gianluca Grignani, che per motivazioni tutte mie e personali, mi piace, molto, tanto, tantissimo. E anche questa volta non ha tradito le mie aspettative, il Grigna, resta il Grigna. Il testo della sua canzone è molto bello. Quelle parole messe in fila, lo raccontano. Raccontano un uomo, che non è un santo, che ha le sue fragilità, che ha le sue emozioni, che ha fatto i suoi errori, e che guarda avanti consapevole del suo valore e dell'amore che lo circonda. Il testo dice "... ne ho sentite tante, quando ho voltato le spalle, racconta di ragni che fanno i nidi sui nostri errori, più o meno innocenti, racconta di uomini o santi ingannati da sogni infranti. Mi piace, non mi aspetto piaccia a tutti, e onestamente non m'importa, se si piazzerà o meno questa canzone. Ma ancora una volta, lui è quel nessuno, quel re del niente, che ha qualcosa da dire, e sa trovare le parole giuste. Il testo comincia con una frase molto bella che potrà sembrare utopica ai più scettici, e forse tra questi mi ci infilo pure io : " ... L'amore è un fiore che quando nasce non conosce inverno, ed io ci credo". Faccio il mio più grande in bocca al lupo a Grignani, e spero che quel messaggio cantato con un emozione palpabile, giunga a chi sa sentire. Non ho mai amato, particolarmente, questa Kermesse, l'ho trovata sempre noiosa, stucchevole, e con un facile zapping ho cambiato canale. Ieri invece le cose sono andate differentemente dal solito. I testi di alcune canzoni in gara, sono molto belli, l'emozione degli artisti in gara era quasi palpabile, com'è costume sanremese. Mi ha a dir poco strabiliata, la performance canora di Tiziano Ferro, l'ho trovato bello, consapevole di una voce sicura, di una presenza scenica impeccabile e un estensione vocale incredibile. Potremmo definirlo un " Tiziano Ferro show", direi! Carlo Conti, per quanto non se la sia cavata proprio male, mi lascia indifferente. Riguardo le vallette che lo incorniciano, giunge chiara, talvolta studiata, una fresca simpatia, una stentata presenza scenica, una mancata eleganza nelle movenze. Ingoiate da abiti preziosi, ma che non hanno lasciato il segno, almeno per me. Ieri guardando il Festivàl ho respirato aria salentina, la Emma Marrone sprizza salento da tutti i pori, dalla cadenza, alla mimica, è come dire " fatta a casa". E veniamo a Siani. Io ad esser sincera, non lo condannerei così aspramente, questo accanimento mediatico lo trovo privo di senso. Anzi io ho trovato Siani, brillante, spontaneo, vero. E se nella spontaneità si è lasciato trasportare da una battuta sul peso di un bimbo che non entrava nella sedia, bè non l'ha fatto certamente per offendere nessuno, o per ridere di qualcuno. Era, credo, un suo modo tutto napoletano per dire " mangia meno bomboloni alla crema".. e da qui il tornado mediatico. Bè io spezzo una lancia per Siani, e non lo faccio perchè ha magari " intelligentemente" devoluto il compenso (qualcuno potrebbe averlo inteso come un rimedio allo scivolone), io no, s'intende. Io assolvo Siani, perchè molte volte, il più delle volte, la colpa non è di quello che si dice, ma di come uno interpreta quello che si dice, è l'interpretazione erronea che scatena gli inferni. Anzi io ho visto un grande Siani, che a differenza di altri comici, partecipa alla risata, si emoziona con gli spettatori, e questo mi ha colpito, ho visto un umorismo spontaneo e partecipativo. E poi non poteva, di certo mancare la coppia vintage più gettonata del momento, Albano e Romina che con " Felicità" bè per quanto sull'onda del vintage, destano gli animi più sopiti. Io a ste cumparsite della coppia ritrovata, ci credo poco, ci vedo chiaro un bel business di due intelligenti, poi che sia amore o un calesse, affari loro!... Tirando le fila sanremesi la prima serata del Festival mi è piaciuta, non credo guarderò le prossime, la mia curiosità è paga. Ho respirato spontaneità, poco artificio e anche la mia terra, lu Salentu, quindi la mia recensione sulla serata del Festivàl è positiva. Spero però trionfi la musica, la vera, l'unica presenza importante della kermesse, quella che senza sforzo, giunge dritta al cuore. In questa prima serata io ci ho trovato in più occasioni, quando velato, quando espresso, un chiaro riferimento all'amore. L'ho sentito fortemente nel monologo finale di Siani che parlando d'amore, dice a chiare lettere, smorzando l'ironia, che l'amore deve essere per tutti, per ognuno di noi, per il mondo e ricorda Pino Daniele, presenza del Festival, intensa e silenziosa. Credo sia molto bello credere che l'amore è davvero quel fiore che se nasce non conosce inverno. Io lo auguro ad ognuno di voi e anche a me. Buon Festivàl e che vinca la voce più bella.

martedì 9 dicembre 2014

Lo spiritello del Natale.


Eccotelo là, puntuale e inarrestabile come una cambiale. IL Natale! Quest'anno lo sto percependo nell'aria, come uno strano profumo, da già un bel pò. E' come se ci fosse tutta un'aura intorno, che non so spiegare, è come se le luci fossero più luminose, il cielo più blu, le cose intorno più cose. Non ho fatto uso e consumo di alcuna sostanza, quindi sarà proprio veritiero st'effetto qui. In tutte queste luci più luminose e in questo cielo più blu, bè il Natale resta il Natale, e un altro anno che se ne va, Il Natale è una cambiale dorata da pagare. La vedo così, per un motivo semplice, quando penso al Natale, mi figuro, inevitabilmente un angolo giro, 360° tondi tondi di amplificazione di ogni cosa che si muova o esista. Questo periodo qui, con la canzoncina cantilenante che impazza, " E' Natale e a natale si può fare di più?.. E' Natale e a Natale si può dare di più"? dove la mia risposta resta la stessa dell'anno scorso, la stessa riflessione immediata, che si concreta in un " cosa"???.. Poi quest'anno qui c'è pure Celentano, che per imporsi violentemente nella vita della gente che ha la tv accesa, all'esordire del suo spot che preannuncia sto benedetto "Rock Economy" del cavolo, alza smisuratamente il volume e provoca altrettanto smisuratamente un gran fastidio alle orecchie e al cervello. Direi che questo suo intento studiato di attirare l'attenzione ha fatto un gran flop a sto giro, sfido io se la gente infastidita da questo repentino sbalzo sonoro, va a guardarsi sto programma qui, non credo proprio, e poi secondo me, c'è il serio rischio di restar sordi! Vabè questa è una mia personale digressione che racchiude il mio pensiero, opinabile. Comunque dicevamo che il punto resta l'amplificazione, il Natale è un fantasma, uno spirito che curioso, sadico, ti punta il dito e ti sbriciola, sei intero e ti vedi a fette, questo spirito qui ti tocca con le dita dentro, alza il volume in un modo fastidioso sulle tue mancanze, sulle tue amputazioni, volute o subite. Ti dice guardandoti torvo e dritto in faccia " bel giovine non sei mica intero, guarda un pò quante cose ti mancano oggi che è Natale". E tu ci provi a fare l'indifferente, però lo percepisci e come se lo percepisci, il volume che si alza e il fastidio che ti procura. E poi ti scrolli la sua voce di dosso, come fai con la polvere che ti si è fermata sulla giacca e vai, incurante, sordo. Lui però la sua lezione te la canta e a gran voce, ma tu hai del rum, del buon vino, vai alle feste incartato in un abito elegante, hai il pandoro con una montagna di zucchero a velo, che pare il monte bianco, e te la dimentichi la cantilena di sto spiritello qui fastidioso. Bè perchè noi italiani siamo un popolo di gente ottimista, che guarda caso a Natale non si concentra su ciò che ha, su chi ha accanto, su tutto ciò che di bello, di unico, di irripetibile costella la sua vita ogni giorno, una vita semplice e piena, fatta di ciò che siamo, di quelle cose piccole che sono la nostra routine quotidiana, e ogni tassello di questa routine, dal momento in cui ci alziamo dal letto, alla sera in cui ci torniamo, ogni tassello, scandisce una giornata densa di momenti diversi, piacevoli e meno piacevoli, ma pieni di quella sostanza preziosa che si chiama vita. Ogni giorno, si spera, ci alziamo e respiriamo, e siamo avidi di scoprire quello che ci attende, sorprese, persone, momenti, che non tornano e che meritano tutta la nostra attenzione e i nostri entusiasmi. Qualche pomeriggio fa ho visto un film, che ha catalizzato tutta la mia attenzione, "Alfie", con l'attore Jude Law. Bello come il sole,  nel film, senza troppa fatica, ovviamente, madre natura gli ha dato una buona mano, eppure infelice, circondato di donne, che usa e getta a piacimento, apparentemente contento, eppure mai pago. E a un certo punto alla fine del film, rimasto da solo, con storie cominciate con troppo entusiasmo, ma con la solita premessa, "senza impegno", si ritrova da solo, sul ponte di una sfavillante New York, e si lascia andare in una riflessione un pò triste per essere Jude Law, " ... Ho avuto tante donne che mi hanno amato, accudito, desiderato, ed io non ho saputo, nè voluto ricambiarle in egual modo, perchè le ho tradite, deluse, usate, adesso ho la mia vita, nessuno dipende da me ed io non dipendo da nessuno, ho le tasche piene di soldi, ma non ho la pace dell'anima e se non hai quella non hai niente". Poi il sipario si chiude con la figura di Alfie che si allontana con le mani in tasca e un sorriso abortito. Ora cosa c'entra questo spezzone di film?.. Mah forse nulla, o forse il messaggio è tutto lì. Il senso del Natale lungi dall'essere quello dei regali, dell'albero di Natale, e di ogni simbolismo che lo ricordi, delle luci che vestono la città, delle grandi abbuffate, delle feste, degli abiti sfavillanti, delle sbornie, resta sempre quello " Concediti di amare qualcuno davvero, nonostante le tue ammaccature, i tuoi sogni sfumati e i treni su cui non sei salito, le tue fottute paure, e le distanze di sicurezza, e vivi ogni giorno della tua vita come fosse l'ultimo", solo in questo modo qui, gli avrai davvero dato un senso. Credo che il Natale serva un pò a questo, a risvegliare, quella parte primordiale, incontaminata, ferita dalla gente che abbiamo incontrato, amato, perso, da quella gente lì che ci ha come dire, strappato un pò l'incanto, come quando qualcuno ti strappa violentemente il lembo di un vestito, e tu rimani lì col tuo bel vestito rovinato, e a voglia a provare a rammendarlo, resta rotto e non solo, non vuoi neanche provare a comprarne uno nuovo. Il Natale dovrebbe riuscire un pò a sanare quella parte malata di ognuno di noi e provare anche solo per poco a restituirci l'incanto. Lo spiritello passeggia nella tua città, e si camuffa, magari in un passante, in un amico, in qualcuno che incontri, Dicembre è tutto suo, sopportalo, e se ti riesce, nonostante la sua mania di pretese e perfezionismo a 360 °, amalo anche giusto un pò! 

domenica 27 aprile 2014

Storia di un cane e un pappagallo.



Oggi Voglie letterarie si sveglia sotto un caldo sole, un profumo di sugo della mamma che arriva a solleticarti il naso e risveglia il gusto, con un cane vecchio, forse stanco ma che conserva ancora il brio e lo smalto di un leoncino, raggomitolato sull'uscio della porta e avido di cogliere i primi tiepidi raggi di sole per lasciarsi scaldare il vellutato manto, e un pappagallo curioso che ormai svezzato si gusta i suoi semini golosamente da quasi adulto indipendente. Convivono. Un cane e un pappagallo, chi ci avrebbe mai creduto! Quando il pennuto new entry ha fatto timido ingresso nella vita di Voglie, bè qualcuno ha tenacemente rivendicato e difeso la sua pol position affettiva, tanto da farsi venire i mal di pancia e farla correre dal veterinario, ora invece il pennuto Romeo va anche in groppa al leone che avanza un pò infastidito, ma pare che la convivenza funzioni. Eppure chi ci avrebbe scommesso, mi ero già figurata di rinunciare ad uno dei due, e sapevo già a chi. A volte mi sembra di avere una piccola fattoria, specie all'inizio quando dovevo necessariamente badare osservando orari precisi ad un acerbo pappagallino, e monitorare con cura certosina le recite di abbandono e morte apparente del padrone di casa, malato sì, ma di gelosia cronica. Ora mi godo però il canto di un usignolo, che spesso quando sento cinguettare mi vien voglia di iscrivere ad una gara di canto per pappagalli, chissà se ce ne saranno in giro, e invece il presunto acciaccato padrone di casa si è ripreso alla grande e si gongola al sole. Convivenze. Basta mediare in fondo, smussare le gole aspre per godersi poi le cose. Tutte le storie che siano di cani e pappagalli o uomini hanno bisogno di tempo, magari di attacchi e cautelari distanze e naturali riavvicinamenti. E' bello scoprire che da un aspro scontro può venir fuori dopo fisiologiche tappe di rifiuto e accettazione una pacifica convivenza, ognuno ha i suoi spazi, e rispetta quelli dell'altro, e poi sorprendentemente si cercano. Il pappagallo al passaggio felpato del padrone cinguetta ripetutamente e lui si avvicina alla gabbia e lo annusa affondandoci il nero tartufo. C'è un inizio, un maturato inizio, ora si cercano dopo aspri scontri e tentativi voraci di eliminazione ( in questi casi si sa vince quello dalla stazza più grande). Osservare come da una vetrina lo svolgersi di un rapporto, da un non so che di visione oggettiva dei meccanismi di interazione che interessano le specie. Non so vedere da qui ad occhio nudo se si ameranno, ovviamente non nel senso biblico del termine ( sarebbe logisticamente una storia impossibile), insomma se si prenderanno, godendosi l'aspetto puramente platonico del rapporto, questo non lo so capire, troppo presto per decidere se si tratta di una storia impossibile, ma è una storia.

mercoledì 11 dicembre 2013

Love is in the air.


Ci sono delle cose che ami, le ami punto. Se ti fermi a pensare perchè le ami ti rispondi che non lo sai, perchè tu puoi facilmente elencare una miriade di motivi e dare un alibi a questo amore, ma sono una miriade di motivi che non spiegano alcunchè. Tu ami qualcosa o qualcuno perchè è così e basta, e non puoi farci proprio niente, non puoi obbligarti a un non amore. Come dice Benigni, l'amore è come la morte, " non puoi essere poco morto o troppo morto, così come non puoi essere poco innamorato o troppo innamorato, o lo sei o non lo sei, o sei morto o non sei morto"! E già nel momento in cui ti soffermi a chiederti se ami o no qualcosa se ami o no qualcuno, hai già la risposta, perchè quando ami qualcosa o qualcuno, quella di interrogarti non è un operazione che fai.  Ci sono quei tipi di chimica che sbocciano a prima vista, sono vere e proprie alchimie di elementi, di materia, di pelle, odori, non lo so dire, quello che so è che un alchimista c'entra sicuro, perchè quando hai quell'odore lì o quel sapore, è come se questi venissero subito captati e trattenuti da dei sensori da qualche parte, e restassero nella loro essenza intatti e inalterati, e in quel momento il tuo cervello ne è inebriato, completamente soggiogato e schiavo. Queste persone, queste cose qui, ti scatenano un imput e tu puoi fare tutto e il contrario di tutto razionalmente per non amarle, ma proprio non ce la fai a stare senza. Sono il miele sul formaggio, il cherry sul riso, la marmellata di amarene nel cornetto, il sale necessario nella pasta o non ti sa di nulla, il libro fisso sul comodino, quel post-it colorato sulla tua agenda che ne spezza il pallore delle pagine, il cd di Grignani che ti spari a palla per fermare i pensieri,  quei pugni che sferri nel vuoto dell'aria durante una lezione di aerobica free style. Lo sai che l'amore è intorno, proprio come quella bella canzone " Love is in the air" di Jhon Paul Young, l'amore è in tutto ciò che facciamo, è in tutto ciò in cui siamo veramente presenti a noi stessi, come se facessimo un appello e fossimo sempre lì pronti a vivere quel momento.  Love is in the air, soffia in quest'aria gelida di dicembre, ti si muove accanto e tu devi solo afferrarlo, trovarlo in tutto quello che fai. Io ho ritrovato un vecchio amore, l'ho ricomprato, l'avevo prestato e non è mai tornato indietro, forse perchè era necessario che in questo tempo in cui non l' ho avuto, in tutti questi mesi in cui è stato assente, in cui non ho sfogliato quelle pagine, non le ho imbrattate con la penna, non l'ho guardato campeggiare dietro la sua copertina rossa dalla libreria, non ho incrociato quello sguardo un pò perso e maledetto dell'autore che ti fissa, magari comodamente adagiato in poltrona e con un wisky in mano che non cogli, ma che di sicuro c'è, mi mancasse e mi mancasse talmente tanto, come sanno fare solo quelle cose che ti entrano dentro per un qualche motivo e che non puoi permetterti mai il lusso di perderti. Adesso quello spazio nella mia libreria è di nuovo occupato e ogni volta che vi volgo lo sguardo avverto un senso di pienezza intorno, so che è li e che è mio, so che per quanto non è quello il libro che ho letto, visto che questo qui è nuovo di zecca e non l'ho posseduto, l ho solo ancora sfogliato, mi riporta in un baleno a tutte quelle emozioni che ho provato leggendone le pagine, e credo, anzi sono certa che lo leggerò ancora, perchè è come quando fai l'amore con qualcuno che ti piace, non ti basta mai una volta sola.

giovedì 17 ottobre 2013

Io che amo solo te.

 

Ho finito di leggere da qualche giorno il libro di Luca Bianchini " io che amo solo te" e devo dire che fedelmente alle previsioni delle statistiche sui più letti stilate nel mio blog, l'ho letteralmente divorato. Sono stata attratta da subito dalla copertina, si sa il primo approccio è sempre fisico, dove campeggiano su uno sfondo bianco come il latte due grossi peperoncini rossi e credo piccanti che hanno tutta la parvenza di intendersela, quale rappresentazione più veritiera del salento, di una terra rossa calda di sole. Luca Bianchini ha fatto centro, per quanto di natali torinesi, lo scrittore  ha capito perfettamente quando si parla di Salento cosa si intende. A sottolineare il sapore caldamente salentino del libro una strofa tratta dalla canzone "Estate" dei Negramaro " Il tempo passa e tu non passi mai". E qui l'autore parla di Ninella, la donna amata da Don Mimì, protagonista maschile del romanzo,donna, che per mancanza di coraggio, per l'ostinazione a tutti i costi di mantenere integro il buon nome della famiglia e fare salve le apparenze, Don Mimì perde, convolando a nozze con una donna che non ama, ma che si confà al suo rango. Tema centrale di questa storia che si svolge nella bella Polignano a mare, chicca salentina, dove imperversa furibondo ed ostinato un impavido maestrale in grado di scuotere animi e cuori, è l'amore perduto e mai finito, che diventa una cura costante, che soffocato dalla razionalità e dalla prudenza alimenta una passione mai sopita che esplode in tutto il suo impeto all'occasione più insolita, le nozze del figlio di Don Mimì e della figlia di Ninella, che fidanzati da anni, quasi come una beffa della sorte, si sposano. Ebbene si il destino ha giocato a dadi e ha intrecciato le vite di Chiara, la figlia di Ninella e Damiano, figlio di Don Mimì, dando modo a questa passione a lungo sopita da distanza e silenzi di esplodere più viva che mai. L'amore è il tema principale quindi, intorno al quale ruotano come satelliti tanti altri: questo costume ormai divenuto uno stereotipo nel meridione, di " sistemarsi", di accasarsi, di mettere la testa a posto e trovare moglie, è quello che Don Mimì aveva da sempre ripetuto a suo figlio, che quello che contava era la sistemazione, non l'amore, non l'autenticità di un sentimento, ma la sistemazione. E Don Mimì ha paura di aver sbagliato tutto, di aver portato Damiano all'infelicità insistendo su quel punto, paura che si sposasse più per dovere che per convinzione. Lui, Don Mimì il re delle patate, così lo chiamavano per via dei suoi possedimenti, era un uomo così passionale e forte ma aveva imparato ad esercitare un controllo esagerato sulle sue vere emozioni, aveva speso quegli anni accanto alla moglie a raccontarsi bugie, si era rifugiato nel lavoro, negli affari, pur di mantenere saldo quel controllo, che però perdeva quando rivedeva la sua Ninella. E' tangibile nelle pagine il desiderio di un padre che non vuole che il figlio sbagli come lui ha fatto, tradendo se stesso. E ancora oltre a questa facciata di perbenismo, ai valori a tutti i costi, le apparenze da salvare, perchè Damiano ha un fratello che è gay ma che la famiglia, pur consapevole nasconde, per evitare la vergogna montando una falsa storia con una ragazza di Copertino che prenderà parte al banchetto di nozze, ma che a insaputa di tutti è lesbica. Quindi l'ilarità, la comicità, il grottesco,  di cui alcune pagine sono pregne, la sorella minore di Chiara, Nancy Casarano che vuole perdere i chili di troppo e la verginità un pò in fretta e provoca perchè la irretisca un giovane di bella presenza addetto a fornire prestazioni di tal sorta in un trullo della zona. Il banchetto di nozze degli sposi è un tripudio di piatti ricchi e sfiziosi e altrettanto ricchi saranno i colpi di scena che questo libro vi riserva senza rischio di parsimonia alcuna. Interessante lettura dove Luca Bianchini coglie perfettamente, avvalendosi di una scrittura semplice e fluida, il folclore salentino, la passione, i costumi, i sapori e la fissità di certi stereotipi soffocanti che rifuggono la modernità dei tempi odierni, di cui si è inevitabilmente prigionieri perchè tanto si schivano tanto si è loro avvezzi. Vi lascio con un passo tratto dal romanzo :" Mimì si fece coraggio e, senza neanche guardare sua moglie, si alzò dal tavolo e si avvicinò a quello di Ninella. Lei vide la vita che voleva venire a passi lenti verso di sè."

domenica 22 settembre 2013

Arancio di fuoco.

 
Il mio blog si tinge d'arancio, non l'ho deciso io. Il mio cammello rientrato dal Sahara. Si è raccontato molto oggi, e per quanto arrivato venerdì, langue di nostalgia. Ah l'amore che danno!..
Questo tappeto di foglie arancio che arreda il mio blog, mi rimanda ai tramonti infuocati sulla riviera di Levante, tramonti che ho ancora negli occhi, quella riviera, dove scorgi il profilo della Calabria, lontana e così vicina che ti pare di toccarla, dove il sole annega nel mare e lo tinge di energia e di colore. Mi catapulta nell'autunno, pare sia autunno da ieri, e già un pò si sente sulla pelle, il sole oggi picchiava un pò, ma era una carezza lieve mitigata dal vento. Arriva la stagione del maglioncino che ti scalda perchè il sole non lo fa più, la pelle la copriamo dietro strati di stoffa e ci scaldiamo un pò, forse ci proteggiamo anche. L'abbronzatura si lava via, quello che ti è rimasto sulla pelle, no! Le foglie presto cadranno e avranno l'esatto colore del mio blog, si tingeranno di giallo, d'arancio, di rosso rame, si staccheranno dagli alberi. Gli alberi saranno più spogli, le foglie mancheranno. Riprende l'appuntamento fisso col libro sul comodino, per tappare parentesi di giorni lunghi senza quella luce solare che spalanca il cuore, riprendono le corse in camporella al mattino prima di andare a lavoro, riprende l'Ipod fisso alle orecchie con la musica sparata a palla, quella che ti fa svenare, sognare, o semplicemente ballare da sola, in palestra mentre corri sul tappeto, o in casa mentre ti eclissi dal mondo. 
Riprendono le corse in tribunale, i giorni spesi in studio a scrivere e a studiare, i miei impegni creativi, pause di diletto come bocconi di eternità. La mente in rodaggio già da un pò, familiarizza con i miei post-it, i miei pezzi di vita colorati attaccati all'agenda, alla scrivania, sul p.c. E la vita si colora d'autunno, tanti libri da leggere, tanti impegni scanditi in inchiostro, scadenze e partenze.
E poi se langui di nostalgia, corri al mare e ti rubi un pò di energia, lo respiri a lungo mentre furioso ti parla, e quello che ti dice lo capisci solo tu. Il mare ti risponde, sempre, è quella musica naturale che ti arriva dentro e ti da le risposte che cerchi, ti tira fuori tutto quello che non vuoi e ti tocca dove nessuno sa.
Silente o furibondo ti parla senza voce. L'arancio del mio blog sa di passione, di una passione d'autunno, quella che spero di trasmettere a voi, che io sento viva quando scrivo, che pulsa forte, in quest'autunno di più! Perchè la passione è una sostanza purissima che ti nutre le cellule, che ti fa fare solo cose buone, che ti fa dare il meglio in tutto ciò che fai, che ti accende come una torcia, che ti fa salire addosso una febbre, la più bella che possa venirti, la  voglia di vivere fino all'ultimo battito.