mercoledì 26 gennaio 2022

Covid ti odio!

Cara me, ti sei persa di nuovo.E' un'altro labirinto senza fili da trovare, senza quel bandolo della matassa che ti permetterà di venirne a capo. In isolamento da Covid poi, tutto irrimediabilmente si complica.Sono sette giorni con oggi, che è Mercoledì 26 gennaio 2022 che sono in casa. Casa, odore del pane caldo del forno, bolle di sapone profumate di un bagno caldo, incensi che bruciano e lasciano strascichi odorosi, come indizi silenziosi,che disegnano mappe misteriose che conducono a un tesoro, non troppo lontano dalla mia ombra. E invece casa non è. E' labirinto, prigione di gioni grigi e sempre quasi uguali, nonostante fuori ci sia il sole, la pioggia, o la neve. Nelle mura domestiche che tanto amo, respiro un disagio che sa di tempo da ingannare, pensieri da tenere, lì, quasi ostaggio della mente, una mente che faccio fatica a capire, che fa un pò come le pare, che è insidiosa, talvolta beffarda, crudele. Ma la lascio cantare, come una radiolina che si è impallata sulla stessa frequenza, la cui musica che rimanda è diventata quasi insopportabile. Non hai più orari, cara me! Provi a mantenere quelli di prima, di pochi giorni fa. La sveglia suonava alle 8.00, per concederti quella mezz'ora golosissima di sonno, poi, di corsa in bagno a lavarti,una colazione fugace mentre ti vestivi, e poi via, Libera. Libera la via, e libera tu. Ora ti alzi alle 9, dopo esserti rigirata nel letto, nervosa, sopraffatta, da qualcosa di invisibile e infido che ti è dentro le viscere, ti brucia furioso nella gola, lancia fiamme e lapilli di fuoco nella tua bocca, ti invade con la sua lava incandescente la lingua, opprime il palato. L'invisibile che percuote, che ti confina in una solitudine senza precedenti, che talvolta sputi fuori con un colpo di tosse violento, sperando di ricacciarlo agli inferi, da dove è venuto. Ti senti minacciata cara me, lo senti respirare intorno, e allora ti armi di spruzzino e spari, spari dei colpi secchi nell'aria, sui mobili, sulle suppellettili, su tutto ciò che hai intorno, con l'intento di annientarlo, e ti immagini di mancarlo, lo capisci dalla sua risata beffarda, che percepisci, in qualche remoto angolo di casa. Hai sguinzagliato i tuoi soldati, sono lì, un plotone di esecuzione, armato fino ai denti, pronto ad aprire il fuoco. Ma non hanno ancora le munizioni, le loro armi sono silenziose, covano la vendetta. Cara me, e tu che credevi che si sarebbe trattato solo di un piccolo buchetto nella pelle, l'inoculazione di un vaccino, che per molti è un veleno, per molti altri il siero della salvezza, e poi sarebbe andato tutto liscio, ti avrebbe fatto male il braccio giusto un paio di giorni, avresti avuto un senso di debolezza, e invece ti sei beccato il COVID, è entrato furtivo,silenzioso, è venuto chissà da dove, è il tuo rompicapo in questi giorni, hai sempre coperto bocca e naso con quella mascherina medica impossibile da portare, che ti risucchia il respiro, che ti costringe a buttarlo fuori e a ricacciarlo dentro, un attimo dopo, hai praticato il "no contact", regola base della sopravvivenza umana ai tempi del COVID, ma lui, imperterrito è entrato, si è subdolamente, nella sua corsa clandestina, aperto un varco dentro di te. Ma hai il vaccino, terza dose pervenuta ma ancora non efficace, ma quel siero di salvezza, perchè tu sposi la seconda di teoria, bè si, e un vaffanculo sonoro va ai NOVAX, quel siero è in circolo e ha sdoganato il plotone e sto virus di merda ha i giorni contati. Li stai contando i giorni, uno per uno, e sembrano non passare mai, nonostante i tuoi frenetici e instancabili tentativi di prenderti gioco di lui, di accorciarlo nella sua durezza per farli passare, e quando vai a dormire, cara me, pensi che un altro giorno se n'è andato e sei un pò più fuori dal tunnel. La variante ONIcrom, quella che attacca le alte vie respiratorie, sta ai piani alti, eppure sa farti male, comunque, ma non troppo, per fortuna. Lo senti nella bocca, nelle narici, sulla lingua, fa i suoi festini, e gongola, ma si tiene alla larga da bronchi e polmoni, eppure quando tu ti svegli in preda al panico, nel cuore della notte e pensi di non respirare, anche se lo pensi soltanto, perchè in quel momento di terrore, affondi il tuo respiro fino in fondo, e lo spingi tanto più in basso è possibile, per dire a te stessa che stai respirando, che l'aria scende e risale e non trova intoppi. E lì ti ripeti che sei fortunata, che hai un grande incendio dentro, ma respiri. E tutta quella povera gente prima di te? Prima dei vaccini? Prima delle varianti? E tutti coloro che non ci sono più, che sono morti soffocati dalle spire del virus e dalla solitudine, eh cara me, tu a questo hai pensato e hai capito, come per la prima volta, e hai pianto.

lunedì 3 dicembre 2018

UN' ALTRA PELLE



Qualche volta capita che cambi pelle. Sembrerebbe un procedimento semplice semplice, ti liberi della tua vecchia pelle, come un serpente che si scuoia della sua superficie squamosa e viscida esterna e la abbandona da qualche parte, sul terreno, per la strada, e tu osservi questa pelle morta, senza vita, una pelle che però è stata una vita per un bel pezzo di vita. Pare accada un pò a tutti, anche le aragoste a un certo punto restano nude, senza esoscheletro, senza armatura, vulnerabili, perchè si liberano con forza della struttura che ricopre la polpa e si nascondono sotto la sabbia, per non essere vittima di aggressioni, di pericoli, di agenti esterni, di pesci voraci, si nascondono per non morire, ma in realtà stanno già morendo alla loro vecchia vita, a quell'armatura che ormai sembra quasi ostile, di cui per continuare a vivere, bisogna liberarsi, bisogna morire a se stessi, perdersi, per ritrovarsi, per riconoscersi, per appropriarsi di un'altra pelle, la seconda, forse non l'ultima, forse non quella definitiva.
Si rinasce solo dopo che si muore. E' un dolore cieco, sordo, lancinante, attraversa tutte le membra, e le lascia stanche, attraversa la testa e la svuota come la riempie di tanti pensieri inutili, gonfiati, che gonfiamo con lo stesso nostro fiato dell'inutilità, senza sosta, e senza tregua, per riempire spazi vuoti, per orientarci nei vicoli ciechi, per ritrovare la bussola che ci conduce a noi stessi.
Bisogna perdersi per ritrovarsi, per sentire di appartenere veramente a se stessi, scevri da condizionamenti, paure instillate, insicurezze maturate, costruite, insinuanti e dolorose, ci si perde, ci si perde in un dolore che non si può spiegare con le parole, che non ha colore, e ha un sapore salino, sa di tutte quelle lacrime versate, che sono cadute come rivoli veloci perchè la strada era già tracciata, e sono morte lì sulla bocca, una bocca inerme, aperta ad accoglierle. Si muore, si muore dentro, ci si scontra ogni giorno, ogni attimo, ogni minuto, con la propria fragilità, con quella vecchia pelle, che ti vuoi tenere addosso a tutti i costi, perchè la conosci, perchè ti conosce, perchè te la sei portata appresso una vita, e vaghi alla ricerca sempre di quella, ostinatamente, anche se scopri che si sta scollando via via, per lasciarti nuda, vulnerabile, insicura nel mondo, ma tu.
E mentre questo processo avviene, tu sorridi e continui a respirare, a dilatare il diaframma, mentre la tua pelle va in pezzi, senza sangue, tu respiri e respiri e ti senti avvolta nel grembo materno, ti senti al sicuro, in tutto quel buio e non smetti di respirare, mentre la tua pelle lentamente si scolla, ti scuoia e tu la osservi staccarsi a lembi, e respiri.
A un certo punto sai che con tutto il dolore che possa comportare, la lascerai andare, perchè è così che si cresce, spogliandosi del vecchio e accogliendo tutto il nuovo che ci attende, che è nuovo e che come ogni cosa nuova, entusiasma e poi spaventa, respinge, e poi spalanca un soleggiato orizzonte, ed è per quell'orizzonte che continui a lottare, senza fermarti e muovi un passo dietro l'altro, e a quel passo, forse incerto, ne fai seguire un'altro ancora e poi ancora, step by step, fino a quella luce che ti apre l'orizzonte più bello che tu abbia mai visto e ti acceca con tutta quella luce, che in fondo ti sei sempre portata dentro, come una guida sicura, che ti ha preso per mano e ti ha permesso di incedere nella nebbia, di cadere e di rialzarti più forte.
Ti sei riconosciuta, solida come di ferro, come una quercia con le radici radicate nel profondo della terra, quelle radici dove nell'immaginario ti rifugi al riparo della tempesta, ti sei riconosciuta flessibile, morbida, adattabile come un giunco e sei andata avanti a volte spedita, a volte a tentativi, forte come una quercia e dolcemente adattabile come un giunco.
Si muore per rinascere. Forse è così che ci si salva, in fondo, si procede per tentativi, imboccando strade senza indicazioni, per fare meravigliose scoperte, su se stessi, su quanto si è in realtà determinati, forti, donne.
Si muore per rinascere. E continui a respirare e lasci che quel respiro che ti dilata il diaframma ti conduca alla vita, ti mostri nuovi scenari che poi tutto sommato non fanno così paura.
Si muore per crescere, anche solo un pò.
Manu. 

venerdì 3 agosto 2018

Il termofeliciometro

Oggi il cielo è plumbeo. Il sole sta giocando a nascondino già da un pò, non ha voglia di farsi trovare, se ne sta accoccolato dietro qualche nuvolone soffice e se la sonnecchia. E' Agosto, in realtà dovrebbe essere in pieno servizio, e invece si è preso un giorno di ferie, meritate direi, nei giorni scorsi era alto nel cielo e fiero di espandere tutto il suo bollore.
Oggi voglio parlarvi di un argomento interessante, di certo lo troveranno interessante i più che capiteranno per gioco o per diletto, o anche solo per sbaglio su questo blog di una annoiata avvocatessa che ad agosto, è ritornata ad onorare il suo blog, a imbrattare questo cyber spazio virtuale con le sue strampalate idee, con i suoi pensieri, insomma l'intento è di certo quello di allietare le vostre giornate, magari spese, come oggi in un ufficio, divagando su un blog, il mio.
Subito dopo l'estate pubblicherò il mio primo romanzo, e il senso di felicità che questo pensiero mi muove è totale. Non ho mai provato un senso di felicità totale, io, si l ho provata in alcuni momenti/periodi, e ha avuto un impatto talmente forte, intenso, che si è rarefatta dopo poco, perchè ormai lo sappiamo bene, ciò che davvero conta, non è questa " felicità" che pare essere un concetto sommo, inarrivabile, una chimera, qualcosa che esiste e poi sfugge.
Si comporta quasi come una donna che la sera prima te la da e poi diventa irreperibile. Felicità puttana, che dura un minuto, ma che botta ti dà. Quindi torniamo alla serenità, dovendo darne una definizione, è quando ciò che pensi, ciò che vivi, ciò che desideri, si pongono sullo stesso asse, e tu quasi di pensieri non ne hai. Ma non ne hai per quanto?.. Neanche questa emozione, che ti fa rilassare le spalle, dilatare il diaframma, sentire come in un calcolo quasi matematico che i tuoi neuroni sono allineati, te li figuri che danzano su una base di Mozart, per poi lasciarsi cadere in uno stato di catartica evasione. 
Questa è la serenità, tutto va bene, o sembra andare, i pensieri sono in ordine, le cose della tua vita sono in ordine, entrate e uscite, bilanci, emozioni, insomma sembrerebbe funzionare, fino al prossimo tsunami, fino alla prossima emozione.
Non ho mai avuto grosse pretese, io. Mi sono fatta bastare la serenità, ma solo qualche volta, perchè mi è bastato poco per convertirla rapidamente in noia, perchè le cose normali, routinarie, mica tanto ci piacciono, prediligiamo gli tsunami, le emozioni. 
Fatto sta che, meglio bruciare al fuoco che spegnersi al tepore di un cerino. Bella filosofia. 
Ciò che conta, a mio parere, aldilà della serenità, dei momenti minuscolini, come li definiva Totò di felicità totale, è stare bene lì in fondo, dove c'è quella parte di noi, che a causa delle contaminazioni esterne, circostanze, eventi, cause, si incasina e si incasina di brutto e in men che non si dica, si perde in un labirinto senza mappa e più si affanna, più la mappa non la trova.
La felicità non esiste direbbe il pessimista, la felicità è in ogni cosa, basterebbe considerare ciò che ci accade come un regalo, un dono inaspettato. Io oscillo come un pendolo tra l'ottimismo e il pessimismo, senza trovare nella realtà dei fatti, quel benedetto equilibrio che siede nel mezzo e si ciondola, godendosela, perchè lui davvero se la gode un sacco. Il termometro di questa pozione magica, di quest'intruglio benefico che noi chiamiamo felicità, a volte si abbassa, si abbassa tanto, cazzo si azzera, quasi, e tu gli corri a perdifiato appresso, come a un amante che ti ha sedotta e abbandonata e non ti vuole e tu non ti capaciti del perchè. Non ti capaciti del perchè questo benedetto termofeliciometro si abbassi, non te ne fai una strabenedetta ragione, e pensi ad ogni rimedio possibile per far alzare il termometro, come se quasi dovessi far quadrare i conti.
Poi, di punto in bianco, dopo che ti sei affannata, hai sbattuto contro tutti i muri possibili, muri che hai costruito da sola abilmente, nella tua caparbia testolina, perchè sei quasi ossessionata da questo termometro che è sceso, dal fatto che non ti senti più la stessa, e continui a chiederti come cavolo eri prima.
Non lo sai. La verità è che l'unico modo per stare ad osservare questo feliciometro salire e poi scendere e poi risalire e poi riscendere, è accettarne la naturale, fisiologica oscillazione, accettare che ci sono periodi in cui sta a zero, tu continui a vivere e a respirare, ma ti senti a zero, e ti muovi per inerzia, e ti aggiusti, ti sembra soltanto, l'anima per andare in fondo alla tua giornata che non è scandita da punti fermi, ti aggiusti quando in realtà vorresti andare in un solo posto, affanculo e mandarci tutti gli altri. Poi il termometro risale, la tua energia a lungo sopita, si risveglia, come una principessa addormentata tenuta prigioniera in una torre sul mare, e svegliata dal bacio di un pirata di passaggio. Ti svegli e ti accorgi che in fondo non devi controllare nulla, non serve prevedere nulla, stare lì vigile perchè i conti tornino, tanto non tornano mai. Le cose della vita, semplicemente, senza troppi affanni, vanno un pò come devono andare, e il termofeliciometro, sale, scende, fa le bizze, vola a picco in alto e ricrolla a zero. Ciò che conta è che tu ci sei, sei viva e in fondo lo sai, che di felicità te ne basta solo un chicco.

mercoledì 25 luglio 2018

La trasmutazione del letame in oro.

" Spalare letame", forse è meglio definirlo con il suo vero nome, "merda", spalare quintalate di merda. E' questo che negli ultimi mesi sta facendo la mia anima e il mio cuore, sta spalando tanta merda. Come se bastasse. Qualcuno ti racconta di te qualcosa che ti rompe dentro, ti apre in due come quando, senza alcuna pietà, un cacciatore squarcia in due metà esatte il ventre di un cervo che ha catturato e gli strappa il cuore. 
Mi sento proprio così io, adesso, aperta in due metà esatte che insieme compongono un conflitto, fomentano il tormento. La paura è il nemico peggiore, la paura che ti scaglia addosso scariche elettriche di ansia e ti lascia senza forze, ti stende, ti mette ko.
Oggi ho letto un articolo che si chiama " la trasmutazione del letame in oro" e ho pensato che voglio assolutamente farlo, che voglio trasmutare queste palate infinite di merda in oro colato, solo che non so come farlo, è come se avessi le mani legate, dietro la schiena, come se qualcuno mi avesse rapito e legato le mani strette, in una stanza senza luce.
Come si fa a far mutare la merda in oro?.. Da dove diamine si parte?.. Da questo momento, da questo unico, irripetibile momento, che dovrebbe mettere a tacere il tormento, sciogliere quel nodo che serra l'anima e scatena il pianto. Forse vivere ogni giorno spegne il tormento, affondare ogni giorno e risalire doma il conflitto. Credo che si chiami empasse, cazzo quanto ho sempre odiato questo termine, che non sembra neanche appartenere alla lingua italiana, " empasse". 
<<Cosa ti inventi nell' empasse, mentre ti sembra di morire, di diventare una cosa inanimata, una cosa che non respira più, nella morsa dell'ansia>>?.. Niente, sopravvivi, sperando che con te in piena sbornia emotiva lo facciano i tuoi neuroni.
Che reggano allo sconquasso emotivo, a tutto questo irrisolto che tinge la tua vita, la tua fichissima, strameravigliosa vita, che lo era in ogni cosa, in ogni battito, in ogni respiro, e tu, cazzo, hai scritto tanti post su questa vita meravigliosa, che ti sorprende, che ti stupisce, che ti avvolge, che ti accarezza, che ti concupisce, hai scritto km di inchiostro, senza smettere mai di decantarla, quella vita che anche quando hai perso il bandolo della matassa, hai smarrito il filo del gomitolo di Arianna, bè ti ha sbattuto, sempre, inevitabilmente in faccia, la sua magia, la sua bellezza.
Poi, l'empasse, a un tratto sul sentiero, sulla strada, sulla tua, tanta merda, quintalate, e di quella che puzza, che si attacca sotto le suole delle scarpe e ti incolla al pavimento e lascia le impronte.
Ne senti il tanfo, tutto intorno a te, e ti chiedi da dove arriva, quali mandrie di vacche grasse te l'hanno lasciata lì, ammassata sul sentiero, e hai paura.
Che resti lì, che ti resti attaccata alle suole, che resti sul tuo sentiero. Forse c'è che hai bisogno di aiuto per spalarla via tutta, ti serve una squadra ben equipaggiata, e poi una disinfestazione seria, di quelle che non lasciano scampo a creatura alcuna, ti serve.
Ma la trasmutazione del letame in oro, non so, non riesco davvero a capire come si possa fare.
Si parte, forse, dal vedere quella merda, non poi così merda, non poi così putrida, così puzzolente, si parte da qualche parte per arrivare da qualche altra parte. 
Forse è necessario cambiare qualcosa, prima che qualcosa cambi te, ma cosa?
I fiori, le piante, gli alberi sono lì piantati sulla terra, i petali, le foglie, le fronde si agitano al vento, si bagnano sotto la pioggia, conoscono le intemperie, le rigidità del clima, la siccità, il freddo, il gelo, la neve, ma resistono, non fanno nulla, forse respirano e basta.
Che farebbero davanti a vagonate di merda?
Forse la trasmuterebbero in oro!

martedì 18 luglio 2017

Elena e il ronzino.








Elena si è sbagliata e ha tanto amaro in bocca che sosta indesiderato. Gioca alle corse dei cavalli lei, e ha sempre creduto di essere un abile giocatrice, per così dire un'intenditrice delle corse. Per mesi di fila ha puntato la sua giocata sul cavallo sbagliato. 
Eppure le piaceva quel cavallo, anche se tutti le suggerivano che era brutto e che di certo non avrebbe vinto, non avrebbe retto alla corsa. Lei però lo vedeva bello e vincente e ignorava tutti i suggerimenti, per lei aveva una folta e lucente criniera, le zampe agili, un manto nero che pareva di velluto, e poi era un cavallo che rideva tanto, ogni tanto le faceva quella risata che sanno fare i cavalli, mostrandole tutti i denti.
E invece dopo mesi si è rivelato un ronzino, che ha fatto solo finta di partecipare alla gara, in realtà non si è mai preparato per vincerla.
Solo lei lo vedeva bello per poi scoprire all'improvviso che non aveva per niente il manto nero e vellutato, affatto!
Però si sa quando si guarda qualcosa attraverso la lente del cuore, ogni immagine perde consistenza reale, e per Elena era così, vedeva quel cavallo per come non era, e forse non era mai stato, poi di colpo aveva levato il filtro, e lo stallone nero da corsa l'aveva  visto come un ronzino, che non era mai uscito dalla stalla.
Le emozioni le hanno giocato un brutto tiro, l'hanno cannata di brutto per poi ridersela alle sue spalle, ed Elena si è sentita stupidissima, e ha pensato che ancora una volta un ronzino travestito da stallone l'ha presa in giro, l' ha ferita, l'ha lasciata a piedi.
Avrebbe potuto accorgersene prima, molto prima, evitarsi tutta questa disillusione, ma lei è una che ci deve sbattere col muso nelle cose, che si deve rompere le ossa, che deve fare lunghe cavalcate che non portano in nessun posto per capire che quello lì non aveva neanche lontanamente le sembianze del suo nero stallone da corsa.
Poi scesa da cavallo, l' ha guardato mentre si allontanava e ha visto un vecchio ronzino, la cui sagoma si sbiadisce e scolora, ha levato tutti i filtri, non le importa più. 
Ha dato tanto amore a quel cavallo, ha dato tutta se stessa, anche se lui nonostante l'abbia guardata con i suoi occhi piccoli e sgranati non l' ha mai capito. Hanno cavalcato insieme nella prateria, hanno anche saltato qualche staccionata, ma poi l' ha lasciata a piedi, non se l 'è sentita di affrontare la corsa, anche se Elena ha provato a convincerlo, ha provato fortemente a fargli capire che ne sarebbe valsa la pena.
Lui ha fatto qualche altro giro di campo nel recinto, dopo che lei gli hai lustrato con la spazzola la nera criniera, gli ha dato la biada buona, e lui si è lasciato accarezzare e strigliare ben bene, pareva contento e ha ripreso a cavalcare per il sentiero, mentre Elena si è nascosta dietro la radura, e aveva paura, non voleva farsi trovare, perchè in cuor suo lo sapeva che era infida quella sella, che sarebbe caduta e si sarebbe fatta male, e mentre lui sostava tranquillo volgendo lo sguardo verso di lei, non si è fatta più trovare, è fuggita via.
Poi non appena si è sentita più forte, l'ha cercato ancora, e lui, come sempre si è fatto trovare, ma non vuole correre, gliel' ha fatto capire appena lei ha provato a montarlo, ha flesso le ginocchia e l' ha fatta scendere. Elena lo ha guardato negli occhi e una lacrima le ha rigato il viso, lui si è rialzato ha scosso la criniera e si è dileguato nella prateria. 

martedì 18 aprile 2017

La vita è bella e non me l'ha suggerito Benigni. Lo so da me.



Ma  quanto è bella la vita?... Quanto lo è da uno a 1000?... Mille. Penserete ma questa non scrive da mesi e poi di punto in bianco scrive ste minchiate qui che sembrano scontate e banali, che rasentano l'ovvietà. Bè non sono minchiate, la vita è la cosa più bella che possa capitarti, è in grado di toglierti il respiro. Ti fa sentire di merda qualche volta, più di qualche volta, un pò rotto dentro come se qualcuno ha giocato con i fili che ti tengono intera e ti ha rotta un pò, ma va bene uguale, vuoi mettere quanto ti senti viva anche quando stai davvero di merda, ti senti dentro qualcosa che ti scorre forte, che ti attraversa e non ti lascia.
E quando sei felice invece cavalchi l'onda della felicità, e ti bevi quel bicchiere di vino, sapendo che non ti basterà e tornerai a volerne ancora. 
Non sai mai quanta benzina ti resta nel serbatoio e quanta strada farai, dove ti fermerai per una notte, o per un pò più di tempo, non lo sai, e forse proprio in questa consapevole incoscienza c'è tutto il bello. Qualcuno ha detto " siate affamati, siate folli", mi chiedo perchè non c'è un cazzo di signor nessuno a questo mondo che abbia detto " siate razionali e prudenti" e se c'è ed io non lo conosco, o non ne so l'esistenza, bè presentatemelo, o ditemi chi è, proverò a sentirlo e a cercare di capire se ha ragione. La vita è tanto bella, ti prende e ti sbatte in faccia tante emozioni, è rock il suo modo di fare, mi piace molto, te le sbatte nude e crude davanti agli occhi, poi ci si mette in mezzo la razionalità a far casino. Abbiamo una paura fottuta di mostrarci come siamo, non conviene, non è un buon affare, perchè ci sono le regole del gioco, il gioco dei ruoli, perchè ti devi mostrare come non sei, altrimenti il gioco non funziona, ma queste che regole sono, chi le ha decise, ste regole qui. Io non ci sto e dico vaffanculo alle regole, agli schemi, alle paure, alle ipocrisie, alle falsità. Forse sono una voce fuori dal coro e non me ne frega niente, sono nata così, ribelle alle regole scritte, sincera come non conviene, ma questo è il sangue che mi scorre nelle vene. Non si possiede mai davvero niente, e benchè mai qualcuno, al difuori di se stessi, ma si può vivere tutto con l'intensità e la verità che uno conosce. Usatele voi le regole, fate che vi pare, a me non interessano, mi interessa di vivere, di sentire il sole che mi scalda la pelle, respirare l'aria che affonda nei polmoni, sentirle le emozioni, si, perchè può succedere che ti facciano paura sulle prime, ma quella paura non è mai abbastanza forte da impedirti di vivertele. E' bello svegliarsi al mattino  e dire, sono libera e mi sento viva. 

mercoledì 25 gennaio 2017

C'è la neve e poi le cose che non cambiano.

Questo è quell'angolo virtuale di mondo dove tutto sembra funzionare, non c'è stata la neve, il terrorismo, il terremoto. E' un angolo di evasione dalle brutture del mondo, dalle brutture dell'animo umano. Non vi ho abbondanati!!! Lo so sono imperdonabile non scrivo da mesi e a dire il vero mi manca farlo, ed è forse per questo che stasera abbandonando ogni altro onere, scadenze, scartoffie, palestra, due righe ho davvero voglia di dedicarvele. Sono impegnata in un altro progetto di cui non dico nulla per scaramanzia, ma ha a che fare comunque con la scrittura, con l'inchiostro.
E' come se avessi dormito e poi mi sono svegliata che è gennaio, quasi la fine di gennaio. La neve l ho vista dalla finestra, o meglio, ho aperto la porta d'ingresso di casa mia. Si perchè vi siete persi un passaggio, pare che adesso abbia una casa mia e un gatto che si chiama Mia. Lo so sono ripetitiva ma a volte pare essere necessario. Mia non è un gatto e basta, è una creatura meravigliosa che l'Universo mi ha concesso di incontrare e di vivere, perchè fidatevi c'entra sempre l'Universo quando incontri qualcuno così speciale e lei lo è in tutto quello che fa e anche in tutto quello che non fa. Non ho mai pensato a un nome diverso da darle, da quello.
Dicevo che la neve l'ho vista, ed era bianca, era densa, copriva come un piumone di quelli di piuma d'oca bianchi e gonfi, la vegetazione, le macchine, le case, le cose, le persone, solo che il piumone è caldo, la neve è fredda, ti gela le mani, e se la stringi tra le dita si infeltrisce come un maglione che metti in lavatrice e ti sembra essere d'improvviso diventata ghiaccio. Non so voi, ma io la vorrei calda la neve, come la panna montata, però calda, che si scioglie tra le dita. Avevo la febbre in quei giorni, ma ho spalancato le porte di casa per vederla, perchè i miei occhi venissero contagiati da quel candore, perchè quando la neve ricopre qualcosa, quel qualcosa diventa magico d'improvviso. Quella era una neve buona, che non ha ferito, non ha ucciso nessuno. In Abruzzo c'è la neve matrigna, che ha ucciso, ferito, e poi c'è il terremoto.  Perchè a volte la terra riesce a tremare così forte che tutto intorno crolla, crollano le case, e crollano le vite della gente, e le speranze, e la gente muore, e quella che non muore perchè non smette di esistere fisicamente su questa terra infida, bè muore dentro e vede la morte intorno. Non so cosa è peggio!
E mi pare che in questi mesi, neve a parte, che per noi del basso Salento è stato un regalo arrivato dopo Natale, fuori tempo massimo, ma gradito, perchè affondare le mani e i piedi nella neve, anche se sotto hai due strati di panni, i calzettoni termici, gli scarponcini, i mutandoni di lana, ed altri ed eventuali equipaggiamenti, bè è un'esperienza interessante. ma meglio che duri solo 3 giorni, o forse saranno anche troppi!... Ecco riprendendo il filo di un discorso interrotto da una involontaria digressione, come spesso, sempre o quasi, mi accade, dicevo che non è cambiato niente.
Mi riferisco all'ultimo attentato terroristico, che palle sto terrorismo, quanto vorrei non sentirne più di notizie dal terrore.. allora si che cambierebbe qualcosa davvero, ma la gente muore ancora e l'intelligence sta a guardare, non riesce a prevedere o a sventare l'attacco del terrore, e quindi un camion si ostina in una corsa cieca sulla folla nel bel mezzo di un mercatino di Natale a Berlino. Vaffanculo, e la gente cade per terra, come birilli, solo che non siamo in una sala da booling. E allora Vaffanculo ancora e Vaffanculo.
E quindi ricapitoliamo. La neve, il terrorismo, il terremoto, ah per non parlare della fobia Meningite, i mass media ci hanno tartassato le palle su casi del genere, e quindi la corsa al vaccino e quindi l'aspro dibattito delle correnti di pensiero opposte, vaccino si, vaccino no. Pareva quasi una sorta di business tipo la mucca pazza. Forse prima la gente moriva uguale ma non lo sapevamo.
Sono cinica?.. Può essere!!!
Ah sono andata al cinema a vedere l'ora legale. Bel film, ben costruito, ironico ed esilarante senza apparire scontato o banale e con una morale quasi urlata in ogni scena con una tale efficacia da apparire quasi spietata. Il popolo non li vuole gli onesti, vuole i ladri. L'onestà ha un peso di responsabilità scomodo. Ho riso troppo, forse sarei voluta stare più comoda, tipo su una poltroncina del the Space e invece sono andata al massimo, cinema, intendo, dove non la puoi incastrare una bottiglietta d'acqua negli appositi spazi adibiti poggia vivande, perchè non ci sono, quindi l'ho poggiata per terra e poi con qualche involontario calcio avrò fatto dissetare qualcheduno dei sedili più avanti. Ho fatto beneficienza d'acqua. Comunque l'ora legale è un bel film. giuro!
Poi la storia della raccolta differenziata dei rifiuti, bè raccontata benissimo con immagini che nulla davvero lasciavano all'immaginazione, anch io avrò fatto una roba del genere, tipo chiedermi dove devo buttare un tovagliolo sporco di sugo!?!... ma di certo per disperazione non ho mangiato la buccia dell'anguria con la maestria e la disinvoltura di Ficarra.
Vabè proprio niente pare cambiato. L'onestà poi quella anche meno.


martedì 6 settembre 2016

SFIORATI

Albaret Sainte Marie, piccola cittadina nel cuore della Francia, era ancora immersa nel sonno di un'estate rovente, mentre il sig. Martin, un uomo basso, dall'aspetto un po' goffo, con la sua barba bianca incolta, apriva, come ogni mattina, Le Rive Droute, il suo caffè.
Con il consueto cerimoniale, metteva fuori, una ad una le sedie, poi i tavolini, ornandoli di fiori profumati e freschi, e lasciava parcheggiata, vicino alla porta del suo negozio la sua vecchia bicicletta gialla col cavalletto.
Ogni tavolo disposto ad arte, aveva un vaso simile di vetro soffiato azzurrino, con un fiore diverso in bella vista, viole, girasoli, tulipani, margherite e rose. Era compito della sua consorte, la signora Gina, andare dal fiorista all'angolo della strada e comprare i fiori più belli per il suo caffè.
Alle 7.30 del mattino, puntuale come un orologio svizzero che spacca il secondo, il sig. Thierry Dupont passeggiava frettolosamente lungo il viale del caffè Le Rive Droute, con la sua ventiquattrore in mano, accigliato e fiero. Thierry era un uomo sui quaranta, alto, moro, con i capelli corvini ancora folti, e due grandi e profondi occhi scuri; aveva un incedere fermo e risoluto, ed era sempre impeccabilmente elegante.
Quella mattina, Thierry si era fermato a bere il suo solito caffè, corto e nero, seduto ad un tavolino di Le Rive Droute, con la ventiquattrore poggiata sulla sedia di rimpetto, intento a leggere il suo giornale. Mentre spulciava, assorto, la penultima pagina di Le Monde, alzato lo sguardo per finire il suo caffè, vide per la prima volta Alina.
Così aveva detto di chiamarsi, Alina. L'aveva detto al sig. Martin, che aveva raccolto la sua ordinazione, e Thierry aveva subito pensato che quello fosse davvero un bel nome.
Era seduta, proprio a pochi passi da lui, segnati dai tavolini del caffè rigorosamente allineati, con le gambe perfettamente accavallate, la pelle bianca come il latte e i capelli castani dorati dal sole, scomposti su un bel viso, senza l'ombra di un trucco; beveva il suo caffè e mangiava con una naturalezza innata, quasi finta, un florido limone giallo.
Ne staccava i pezzi della dura buccia a morsi lenti, fino a consumarla e a succhiarne il succo aspro, onorando ogni tanto la tazzina di caffè della sua bocca.
Thierry intanto aveva dimenticato l'ora, e aveva anche dimenticato il suo caffè, che ormai freddo, ristagnava nella tazzina. Aveva occhi, solo per quell'insolito cerimoniale di bellezza che gli si offriva davanti.
Non c'era più nessuno per il sig. Thierry Dupont, il caffè era gremito e dei ragazzini facevano un gran vociare al tavolino accanto, ma per lui erano di colpo scomparsi tutti, il chiasso del caffè, la gente intorno, la sua ventiquattrore. Restava solo Alina, quella sconosciuta.
Non riusciva a distogliere lo sguardo da quella donna, aveva un corpo magro e tornito, indossava un vestito rosso di una seta leggera quasi palpabile che le copriva le gambe fino alle ginocchia, e che non offriva nessuna generosa scollatura alla vista, era casto, eppure in quella castità Thierry ci aveva visto tanta audacia. Si era perso.
Intanto la sconosciuta aveva finito il suo limone, e lo aveva poggiato sul tavolino, ne erano rimasti pochi morsi, ma forse, per Alina bastava così.
Poi, nello scorrere di un istante, aveva preso con sé la borsa e le sigarette, e si era dileguata, lasciandolo così attonito, immobile, al tavolino di le Rive Droute.
Lei non si era accorta di lui, non aveva visto quell'uomo così attento ad ogni suo gesto, seduto a quel tavolino, era presa da altro Alina, lui, Thierry, era preso solo da lei.
Deluso, lasciò pochi spiccioli al sig. Martin e passò vicino a quel tavolino, dove fino a qualche minuto fa era seduta Alina, cercando di scorgere con lo sguardo, un qualcosa, un particolare, che potesse portarlo da lei, che potesse permettergli di incontrarla ancora, di rivederla. Ma non vide niente. Un mozzicone di sigaretta giaceva solitario sul fondo del posacenere, la tazzina di caffè dove lei aveva poggiato più volte la sua bella bocca, era come abbandonata,relitto immobile su quel tavolino, e adagiato sul sottopiattino della tazzina, quel limone giallo consumato, che fu tentato di prendere e portarsi via, ma subito la ragione gli suggerì che sarebbe stato un gesto senza senso, e lo lasciò li, e riprese il suo incedere fermo ed elegante.
Era più accigliato di prima, il suo passo era più frettoloso e si dileguò anche lui lungo il viale.
Thierry tornò, quasi ogni giorno, alla stessa ora in quel caffè, con quella stessa speranza, e con un ardore sempre più vivo, alimentato dal ricordo, dal pensiero di Alina, e aspettò in quel caffè, col suo solito giornale spiegazzato, ingannando il tempo di quell'attesa gonfia di ogni speranza, intrattenendo conversazioni distratte. Per un lungo mese, Thierry sedeva allo stesso tavolino, e oltre a quei tavolini rigorosamente allineati, alla bicicletta gialla, incontrava solo la sua rinnovata solitudine, e qualche volta bevendo il suo caffè, distoglieva lo sguardo, e guardava fisso quel tavolino vuoto,sperando di figurarsi di li a poco, la donna col limone.







mercoledì 13 luglio 2016

Forza Puglia mia.

12 Luglio 2016. Ieri, un giorno in cui la calura la sentivi sulla pelle, quasi prepotente. Un giorno che è ormai marchiato a fuoco nella memoria dei pugliesi, di quelli che sprezzantemente chiamano terroni, tutta invidia, perchè abbiamo una terra meravigliosa, dove friniscono le cicale, campeggiano fieri gli ulivi, il mare urla d'azzurro e la terra è di un arancio rosso come corallo che si sbriciola. Maledetti invidiosi. E l'invidia arriva, gli ulivi stanno morendo e ieri, in mezzo a quegli ulivi, in aperta campagna, dove il sole torrido faceva da testimone inerme, lì tra Corato e Andria, due convogli su un maledettissimo unico binario si scontrano su un'aspra curva e poi il caos, la tragedia, la morte unica passeggera di quei convogli. Tante vite interrotte, vite semplici, di pendolari, che il treno lo prendono, lo vivono tutti i giorni, che lì, in quelle carrozze "novecentesche", hanno consumato momenti di vita, amori, ansie per gli esami, attese per gli arrivi, il sonno, le confidenze, le speranze, lunghe telefonate, pensieri, nostalgie. Un treno che come una spugna è imbevuto di emozioni, di vita, e di tutto ciò che la vita può essere fatta, di tutto ciò che un quotidiano viaggio in treno può significare per un pendolare, per una qualsiasi persona che vi sale e che vuole giungere ad una destinazione. << Papà l'esame è andato bene, sono in treno, arrivo alle ore>>.. e poi la morte ti guarda dal finestrino col suo sguardo raggelante e tu non arrivi più, perchè non lo potevi mica sapere mentre ti facevi la doccia, mangiavi frettolosamente un cornetto, bevevi il caffè, parlavi con chi amavi, convinto di poterlo rivedere. E invece quello che dobbiamo capire, quello che ieri pensavo, che non riuscivo a smettere di pensare, tra le lacrime che scendevano per conto loro, è che non è detto che a casa ci torni, che quella persona che ami la rivedi, che quel momento è solo uno di una collezione di momenti che ti aspettano. Niente è maledettamente certo. Perchè accade sempre, accade che ci si accorge dell'importanza della vita, della quotidianità che ci sembra scorrere liscia e scontata, e quasi dovuta, solo quando qualcuno, più di qualcuno se ne va. Come in questo caso, due treni che non giungono a destinazione, che collidono violentemente, vite interrotte, famiglie smembrate, desideri e speranze vanificate, sangue sparso su un binario unico. Perchè anche questa volta incaponirsi a definirlo destino è una cazzata, non può essere destino, una strage di queste proporzioni. Non che l'attribuzione di una responsabilità determinata, la riconducibilità a dei colpevoli, cambi le cose, delinii un riscatto, non potrà mai esserci riscatto, anche per una sola vita di desideri, speranze, proiezioni presenti e future, per una vita sola spenta, non c'è, non ne ravviso la possibilità. Non esiste!!!!!! 
Sapere che tuo figlio che ha preso un treno non c'è più per colpa di qualcuno, non ti cambia niente, fa crescere la rabbia, fa crescere l'impotenza, la violenza che ti preme dentro e che reprimi fino a soffocare, specie se si tratta di qualcuno che è ai piani alti, e che se ne è ampiamente fottuto di costituire un doppio binario, perchè i soldi c'erano, ma non sono mai stati usati. i soldi c'erano, ma forse qualcuno aveva deciso che non servivano, che non poteva mai accadere niente di funesto, niente di inimmaginabile, niente. Errore umano, responsabilità. Queste le chiavi di lettura immediate, ma cosa vuoi che gliene freghi, a chi nel cuore trova solo posto per un dolore indicibile, a chi stamattina ha riconosciuto tra le salme un suo caro, a chi in quest'estate qui, segnata da un lutto scevro da ogni previsione, di continuare a vivere non importa più. A chi diamo la colpa?... Alla Regione, a soldi stanziati mai usati, a qualcuno che non ha fatto una telefonata per avvisare della destinazione del convoglio??... Mentre lo scrivo mi indigno, ma vi pare possibile che i treni nel 2016 siano sprovvisti di sistemi di automatizzazione???... ma allora chi sale su un treno quante probabilità ha di scendere a destinazione? o di morire su quello stesso treno??... ma questo vi pare possibile?... Perchè questo divario nord - sud si fa sentire prepotente?... E sopratutto perchè prima deve accadere qualcosa di irreparabile e poi forse, nella speranza che non accada più, la gente, le istituzioni, muovono il culo???... Resta quella speranza che non accada più!!! Ma cosa vuoi che se ne faccia la gente orfana di affetti, che piange morti, che deve trovare un motivo per continuare a svegliarsi al mattino, cosa voltete che se ne faccia!??... Le mie sono parole di rabbia, si! Sono indignata, arrabbiata, ho un tumulto dentro indomabile e non so quando smetterò di dargli voce. Voglie è vicina col cuore a tutte le famiglie colpite da questo lutto indicibile. Donate il sangue, fatelo, se potete fatelo!! La Puglia è stata colpita al cuore, e adesso questo cuore senza un pezzo, dovrà piano piano riprendere il suo ritmo e tornare a battere, è difficile, non è impossibile, ma è difficile. Non era un terremoto, uno tsunami, un disastro ambientale, ma qualcosa che poteva evitarsi, rifletteteci e levatevi i prosciutti dagli occhi. Non deve e non può sempre accadere qualcosa di terribile perchè qualcos'altro, di marcio nelle istituzioni cambi. Che quelle povere anime, che hanno vissuto l'orrore e lo smarrimento, ora, riposino in pace. FORZA PUGLIA MIA!!!!

martedì 5 luglio 2016

Lettera a Francesca.












Ciao Francesca,
... Forse sarebbe stato meglio se fossimo stati amici. Un amico è quel qualcuno che mentre tutto il resto scorre e cambia, rimane fermo. Amici si, senza passione, senza desideri da erezione ed eccitazione. Avrei voluto non averti vista, non averti incrociata, perchè mi sono trovato in quel posto dieci minuti prima, che tu ci mettessi piede, o dieci minuti dopo, quando tu eri già andata via. Avrei voluto non vederti entrare in quel caffè, avrei voluto non provare quella sensazione che mentre tu varcavi la soglia, tutti gli altri io non li vedevo nemmeno, avrei voluto non imbattermi nel tuo sguardo di occhi puliti e brillanti, avrei voluto non sentire quel profumo sensuale che ti copriva la pelle, avrei voluto non vederti mai. Forse adesso sarebbe più facile dimenticare la tua immagine che mi invade. Avrei voluto non notare le tue gambe perfettamente accavallate in quel caffè, che se solo le avessi spostate o mosse, io non avrei più respirato, avrei voluto che non sfiorassi mai la mia bocca di uomo fragile desideroso di baci e di attenzioni dimenticate. Avrei voluto che tu restassi una sconosciuta senza nome, mai incontrata, che qualcuno, forse un amico, un conoscente, un giorno mi avesse detto, ah ma tu la conosci Francesca?... Ed io avrei risposto di no, senza curarmi di sapere chi tu fossi, forse non mi sarebbe mai importato. Avrei voluto che quel giorno di Maggio tu non fossi mai entrata nella mia vita, avrei voluto non stringere quella mano esile e pallida in una stretta forte e dirti ciao.
Avrei voluto quel giorno avere tante cose da fare, l'agenda piena di appuntamenti, tanto da non avere tempo neanche per quel caffè. Avrei voluto che la mia strada non avesse mai incrociato la tua. Soltanto così io sarei rimasto solo Carlo e tu solo Francesca. E Carlo e Francesca non si sarebbero magari mai incrociati di certo. Potevamo essere sconosciuti che abitano nello stesso posto senza incontrarci mai, o essere amici. Avrei voluto non provare mai eccitazione, attrazione per te, avrei voluto pensare quando ho stretto la tua mano per conoscerti, che non mi piacevi, che non avevo un desiderio sessuale nei tuoi riguardi, che magari ti avrei incrociata altre volte, e che tra un caffè e una chiacchera saremmo diventati amici, ci saremmo raccontate le cose, e poi sempre più amici, senza impegno. Ti avrei chiamata per dirti che avevo semplicemente voglia di vederti, di bere un caffè, di andare a un concerto, di mangiare un panino e bere una birra seduti su una panchina del parco, di andare al mare, di vederti in costume, con la consapevolezza che non ti avrei mai baciata, o toccata. Si saremmo stati ottimi amici io e te, senza, invece complicare tutto, innamorarsi e poi perdersi. Non ti vedo più, non ti incontro, la mia memoria ha smarrito la tua immagine, non me lo figuro più il tuo volto, non so come stai, se ridi, se sei felice, se fai l'amore con un altro, se lo fai come lo facevi con me, e mi sembra di diventare matto se ci penso, e allora non ci penso, ci provo almeno. Potrei comporre il tuo numero e dirti << Ciao Francesca, come stai>>?.. Poi però il coraggio non ce l'ho. Ho provato a comporre il tuo numero, ricordo la sequenza numerica a memoria, ma poi, quando si trattava di dirti ciao, so che la voce non sarebbe venuta fuori e avrei fatto la figura dell'imbecille. Forse spero in cuor mio di rincontrarti, spero che sarai libera una sera, spero che potrai perdonarmi, perchè sono stato un cazzone a lasciarti andare.
Le cose si capiscono sempre quando sarebbe meglio ormai non si capissero più, tanto se non hai capito quando c'era da capire, il momento è passato, quindi che senso ha che questa magica intuizione arrivi a scoppio ritardato?... Meglio che non arrivi mai. 
Mentre ti scrivo questa lettera mi sento stupido, però dei brividi felici mi corrono sulle braccia, non lo conosco più il tuo indirizzo, dovevi trasferirti, ma lo troverò, come troverò il coraggio di spedirti questa lettera, che forse ignorerai, strapperai, ci riderai su. Il pensiero che tu mi legga tra le mani, quelle mani che ho scordato, mi fa un certo effetto, come se le tenessi ancora strette. Ciao Francesca, ti amo.
Tuo per sempre, Carlo.

giovedì 23 giugno 2016

lettura light e lettura impegnata.

Un mese fa curiosando in libreria alla ricerca di nuove letture, ho scovato un libro, che probabilmente non avrei mai acquistato dal titolo, se non come lettura easy sotto l'ombrellone, per una sola ragione, mi appassiono alle letture impegnate.. 

Felice di sbagliarmi, Federica Bosco è stata una piacevolissima sorpresa e la protagonista ha una personalità molto interessante. Marica e' fragile, ingenua, intrepida e determinata, ha 31 anni, vive a New York, è cronicamente single e ha un sogno nel cassetto : diventare una scrittrice. 
In un unico volume si condensa l'irresistibile trilogia delle sue disavventure, una storia toccante, leggera di sentimenti e desideri tutti al femminile, condita da un'ironia irriverente e frizzante sempre in grado di sorprendere. Marica è una donna arguta, intelligente, che crede di bastare a se stessa, che è così abituata a contare sulle proprie forze e a cavarsela da sola, che puntualmente, forse per paura di poter contare anche su qualcun'altro, un uomo, si infila in relazioni sbagliate e impossibili destinate a non durare, in relazioni amorose dove lo scambio è malamente bipartito, lei da, ma non riceve, o meglio non riceve quanto in amore si dovrebbe ricevere, quindi continua, suo malgrado, forse inconsapevolmente ad elemosinare questo tanto agognato amore, finchè tutto dal caos, quasi naturalmente in un modo del tutto inaspettato prende forma e assume ordine. Questa lenta, sofferta, presa di consapevolezza viene però vissuta con un' autoironia intelligente che soggioga il lettore tenendolo lì attaccato alla lettura, fino a diventarne avido. Le sue vicissitudini amorose, lavorative, familiari vengono offerte al lettore in uno stile generoso di particolari,  di viaggi introspettivi, irriverenza, ironia tagliente, il tutto fa di questo corposo volume una miscela esplosiva fino a giungere al tanto atteso "the end" che non delude di certo, ma vi consiglio di scoprirlo.

L'ordine di disposizione delle mie letture è casuale, non rispecchia in modo alcuno l'ordine reale in cui si sono susseguite, è una raccolta dettata dalla spontaneità del ricordo, e i ricordi non sempre seguono un ordine.
Qualche anno fa mi sono accostata alla lettura di un libro molto interessante, dalla copertina rossa ritraente una foto di un tipo dallo sguardo inquieto e la fronte crucciata, l'autore, suppongo, un tale Mordecai Richler, scrittore e sceneggiatore canadese. 
Ero un po' restia ad avvicinarmi a questa lettura, e spinta da pareri positivi di chi mi aveva preceduta nella lettura, per rinfocolare un entusiasmo sopito già dopo l'acquisto, mi ci sono buttata senza starci a pensare troppo, e da lì, da un tuffo scevro da calcoli e previsioni la scoperta!
L'approccio con le prime cento pagine si è rivelato devastante, un ginepraio di flash-back sfuggente ad ogni inquadratura o collocazione spazio-tempo possibile, ero quasi convinta ad abbandonarlo, ma ho pazientemente desistito e tentato di utilizzare una bussola per recuperare trama e personaggi, in un continuo andirivieni tra presente, passato e futuro.  
Devo ammettere che sono contenta di non aver gettato la spugna, è stato un accattivante compagno quel Panofsky, l'autore intendo. Ridevo divertita quasi ad ogni pagina, dopo le prime cento, e poi questo libro qui, emoziona e anche tanto.  Narra la vita strampalata, esilarante, sregolata, fatta di un pò tanto wisky di buona qualità, s'intende, di un certo Barney Panofsky, canadese,  un ricco ebreo, produttore televisivo di successo,  che passati i 60 anni decide di scrivere un'autobiografia ( per dare la sua versione dei fatti agli accadimenti che hanno portato alla morte del suo carissimo amico Boogie Moscovitch) e liberarsi così dell'accusa di omicidio che gli viene mossa nel libro " il tempo, le febbri" dallo scrittore Terry Mclver. Mordecai racconta la vita di Barney, vissuta sempre all'ultimo respiro, fatta di esperienze e incontri straordinari, tre mogli, la prima la pittrice Clara Charnofsky, morta suicida a Parigi, la seconda " ciarliera", frivola e ricca ereditiera, e poi lei l'elegante, intelligente e carismatica Miriam  che Barney incontra al suo matrimonio, e di cui non riesce più a fare a meno, tanto che la insegue quel giorno stesso, abbandonando il suo ricevimento di nozze, sul treno che lei la futura terza signora Panofsky aveva preso per tornare nella sua città. Miriam, il vero grande amore di Barney,"la donna che l'età non può sciupare nè l'abitudine guastare", lei che dopo aver strenuamente corteggiato, inseguito, diventa sua moglie, e lui continua ad amarla in un modo totalitario, assoluto, covando di continuo trappole per gli uomini che le ronzano attorno, uno in particolare, per il quale poi lo lascerà. 
Dapprima sventolerà  due biglietti per Parigi, cercherà di convincerla a partire con lui (lei non ci sta, ma le sarebbe molto piaciuto se lui avesse insistito un po’ di più, come scopriamo più avanti). Dopo seguirà  l’invio, a cadenza settimanale, di rose rosse a stelo lungo, e poi finalmente lei accetterà  un invito a pranzo in un bell’albergo di Toronto. E da qui il primo mantra di Barney “Guardale gli occhi, Barney, ma non le gambe o le tette”   Di fronte a Miriam, Barney ha la salivazione azzerata, cerca invano “la battuta fulminante, l’aforisma brillante,  ma quel che gli esce è solo un: “Ti piace vivere a Toronto?” 
Miriam e Barney vivranno per molti anni felici e contenti, facendo tre figli, crescendoli, scopando come ricci. Poi lei lo lascerà, ne scopre un tradimento che non nasce per mancanza di amore, ma per l'insinuarsi del dubbio, la mancanza di fiducia, che piano piano vanno logorando il rapporto. Lui è un uomo buono, un uomo che ama davvero la sua donna sinceramente, ma proprio per questa ragione, per cercare di preservare questo amore, finisce invece per  rovinarlo. Diciamo che il perno del romanzo è questo qui, il  resto lo lascio scoprire a voi, come l'accusa di omicidio del suo amico Boogie, ma questa è un'altra storia nella storia. Ho amato moltissimo questo personaggio, è stato difficile staccarmene, abbandonarlo, mi ha fatto troppo ridere con i suoi mantra,  è uno di quei libri che ti resta accanto, un pò come Barney, seduto ad un bar con l'aria sorniona che sorseggia un buon wisky. 
Dal momento che per me è solo un questione di cut&paste, non ho assolutamente problemi a incollare qui l’intero capitolo (in italiano) de l'appuntamento con Miriam da La versione di Barney. E così anch’io do il mio contributo alla comunità. A parte tutto, non so se il brano, presentato così fuori contesto, possa avere la stessa forza che ha all’interno del libro. Quel che posso dire è che quando l’ho letto la prima volta non la smettevo di ridere, ho riso tantissimo. E ho pensato fosse grandioso.
“Lascia perdere, brutta troia imperialista” le dissi. “Non tradisco Miriam neppure con mia moglie, perché dovrei farlo con te?”. Mi giravo e mi rigiravo nel letto. Bada, fissala dritto in quei meravigliosi occhi blu, ma non guardarle le tette. E neanche le gambe, brutto animale. Ripassai qualche aneddoto che immaginavo le sarebbe piaciuto, e che forse mi sarebbe valso il primo premio, la comparsa di quella certa fossetta; e riesumai alcune storielle edificanti che guarda caso mi avrebbero messo in buona luce, ma poi le eliminai arrossendo. Sperando di calmarmi i nervi mi accesi un Montecristo; dopodiché, terrorizzato dall’alito cattivo, corsi in bagno a lavarmi i denti, e persino la lingua. Tornando a letto, sfiga volle che passassi davanti al minibar. In fondo, pensai, aprirlo non mi ammazzerà, magari mi sgranocchio un salatino. Forse mi faccio anche un goccetto, giusto uno, che sarà mai. Bene, alle tre di notte notai con raccapriccio che sul tavolo di vetro erano allineate dodici mignon vuote di whisky, vodka e gin. Ubriacone. Smidollato. Detestandomi dal profondo del cuore, mi infilai a letto e cercai di rivedere Miriam al mio matrimonio, la sua grazia infinita in una nuvola di chiffon azzurro. Dio, quegli occhi. Quelle spalle nude. Oddio, e se quando le vado incontro si accorge che ho un’erezione? A titolo precauzionale, mi ripromisi di farmi una sega subito prima di pranzo. Quindi chiusi gli occhi, ma non per molto. Un attimo dopo schizzavo già fuori dal letto imprecando contro me stesso: non ti sei svegliato, brutto idiota, e adesso farai tardi. Mi vestii come un forsennato – fino a quando, in uno sprazzo di lucidità, mi venne in mente di dare un’occhiata all’orologio. Le sei e mezzo. Merda, merda e merda. Mi spogliai, mi feci una doccia, la barba, e poi mi rivestii. Passando davanti alla Prince Arthur Room vidi che apriva solo alle sette per la colazione, e decisi di andare a fare quattro passi fuori. Al ritorno dissi al maitre: “Ho riservato un tavolo per due a pranzo. Volevo assicurarmi che fosse vicino alla finestra”.
“Mi spiace, signore, ma temo che quelli vicino alla finestra siano tutti presi”.
“Voglio quello là” feci allungandogli un ventone. Tornato in camera vidi la lucina rossa del telefono che lampeggiava. Mi prese quasi un colpo. Non può. Ha cambiato idea. “Non esco a pranzo con maschi adulti che si masturbano nei bagni degli alberghi”. Ma la telefonata era della Seconda Signora Panofsky. La richiamai a casa. “Hai dimenticato il portafoglio sul tavolo dell’ingresso” mi disse.
“Ma figurati”.
“Ce l’ho in mano, con tutte le carte di credito”.
“Per le buone notizie si può sempre contare su di te”.
“Adesso è colpa mia?”.
“Mi arrangerò lo stesso” conclusi riagganciando. Poi, preso da un repentino attacco di nausea, mi precipitai in bagno. Caddi in ginocchio, con la faccia sulla tazza, e vomitai non so quante volte. Congratulazioni, Barney, adesso puzzerai come una fogna. Mi spogliai di nuovo, feci un’altra doccia, mi spazzolai i denti fino a consumare tutto lo smalto, feci una quantità impressionante di gargarismi, mi cambiai camicia e calzini e voilà, eccomi di nuovo in strada. Ma dopo un centinaio di metri ricordai di aver detto al maitre che alle dodici e cinquantacinque in punto volevo una bottiglia di Dom Pérignon al tavolo. Esibizionista. Una donna del livello di Miriam la troverà una cafonata pazzesca. E un’allusione pesante, anche, come se volessi sedurla lì per lì. “E tu credi che se mi compri una bottiglia di champagne io ti zompo nel letto?”. Nulla di più remoto da me di tali pensieri impuri. Giuro. Morale, tornai in albergo e dissi di lasciar perdere lo champagne. E se poi, incredibile ma vero, avesse accettato di salire in camera? In fondo ho delle buone qualità. – Questo è un quiz, Panofsky. Segna con una crocetta tre tue buone qualità fra le seguenti dieci. – Vai a farti fottere. Salii a controllare se in camera era tutto a posto, e scoprii che il letto era ancora sfatto. Chiamai subito la donna delle pulizie per protestare, e il servizio in camera per ordinare una dozzina di rose rosse e una bottiglia di Dom Pérignon con due calici.
“Mi scusi, Mr Panofsky, ma non aveva annullato l’ordine per lo champagne?”.
“Ho solo detto che non volevo la bottiglia nella Prince Arthur Room, ma ne voglio invece una fredda in camera, non prima delle due. Sempre che non sia troppo disturbo, naturalmente”. A mezzogiorno tra i piedi in fiamme, il mal di testa, la stanchezza e la tensione ero ridotto a uno straccio. Decisi quindi che quello che mi ci voleva era una bella tazza di caffè al Roof Bar. Solo che una volta lì, d’istinto, ordinai un Bloody Mary. Mi ci trastullai per un po’, fino a quando scoprii che mancavano ancora tre quarti d’ora all’appuntamento, e che nel bicchiere era rimasto solo un po’ di ghiaccio. A quel punto ne ordinai un altro, e intanto cavai di tasca la lista con gli argomenti di conversazione che mi ero preparato. Hai visto Psycho? Hai per caso letto Il re della pioggia? Cosa ne pensi del vertice Adenauer-Ben Gurion a New York? Secondo te Caryl Chessman meritava la sedia elettrica? Dopo il terzo Bloody Mary mi sentivo più sicuro, e diedi un’occhiata all’orologio. Le dodici e cinquantacinque. Mi riprese il panico. Porca miseria, mi ero dimenticato di masturbarmi, e ormai era troppo tardi. E le pezze d’appoggio. Le avevo lasciate giù: sapendo che suo padre era stato un socialista, mi ero portato dietro La libertà nello stato moderno di Laski, e naturalmente l’ultimo numero del “New Statesman”. Feci una corsa in camera, infilai il “New Statesman” in tasca e mi precipitai al mio tavolo nella Prince Arthur Room. All’una e zero due ecco entrare Miriam, preceduta dal maitre. Mi alzai per salutarla, riuscendo a nascondere sotto il tovagliolo di lino una tumescenza francamente imbarazzante. Aveva un provocante cappello di pelle nera, un vestito di lana dello stesso colore e i capelli più corti di quanto li ricordassi. Era splendida. Avrei voluto dirle qualcosa di carino, ma non volevo pensasse che ci stavo già provando. Così mi limitai a un “Sono felice di vederti”, seguito da un “Bevi qualcosa?”.
“E tu?”.
“Bah, io di solito pasteggio a Perrier, ma forse oggi bisognerebbe festeggiare. Che ne diresti di una bottiglia di champagne?”.
“Be’…”. Chiamai il cameriere. “Una bottiglia di Dom Pérignon, per favore”.
“Ma l’ha appena…”.
“Le spiacerebbe portarmi una bottiglia di champagne, per favore?”. Accendendomi una Gitane dopo l’altra cercavo disperatamente di ricordarmi qualcuno dei bons mots che avevo provato e riprovato fino alla nausea, ma non andai oltre un “Che caldo, eh?”.
“Non trovo”.
“Neanch’io”.
“Ah”.
“Haipercasovisto Il re della pioggia?”.
“Scusa?”.
“Il re… cioè, Psycho”.
“Non ancora”.
“Secondo me la scena della doccia… no, dimmi cosa ne pensi tu”.
“Be’, prima di pensarne qualcosa dovrei vederla”.
“Giusto. Certo. Magari riusciamo a beccarlo stasera…”.
“Ma tu lo hai già visto”.
“Ah già. Vero. Adesso non ci pensavo”. Che cazzo, dove è andato a prenderlo lo champagne, a Montreal? “Secondo te,” le chiesi cominciando a sudare “Ben Gurion ha fatto bene ad accettare l’incontro con Eisenhower a New York?”.
“Con Adenauer, vuoi dire”.
“Certo, Adenauer”.
“Scusa, ma mi hai invitato per un’intervista?” mi chiese. Ed eccola lì, la fossetta. Stavo per morire, ed essere assunto direttamente in cielo. Non azzardarti a posare lo sguardo sul suo seno. Non staccare gli occhi dai suoi. “Ah, eccolo che arriva”.
“Il servizio in camera chiede se conferma l’ordine per l’altra…”.
“Versi, per favore. Versi e basta”. Brindammo. “Non sai quanto mi hai fatto felice liberandoti oggi”.
“Ma dài, sei stato gentile tu a trovarmi un buco fra un appuntamento e l’altro”.
“Veramente io sono venuto apposta per vedere te”.
“Mi sembrava che avessi detto…”.
“Come no, ho una riunione. E’ vero, sono qui per una riunione”.
“Barney, sei ubriaco?”.
“Assolutamente no. Credo che dovremmo ordinare. Lascia perdere i menu a prezzo fisso, prendi tutto quello che vuoi. Certo qui dovrebbero mettere l’aria condizionata” dissi allentandomi la cravatta.
“Ma non fa caldo”.
“Sì che fa caldo. Cioè no, in effetti no”. Miriam ordinò la zuppa di piselli e io, chissà perché, quella di aragosta, che mi fa schifo. E mentre la Prince Arthur Room cominciava a basculare, cercavo disperatamente una battuta fulminante, un aforisma letale, capace di stendere Miriam e far impallidire il ricordo di Oscar Wilde. Risultato, mi sentii pronunciare le seguenti parole: “Ti piace vivere a Toronto?”.
“Mi piace il mio lavoro”. Contai fino a dieci, poi sparai: “Sto divorziando”.
“Oh, mi spiace”.
“Nonèchedobbiamoparlarneproprioadesso, mainsommavistochenonsonopiùunuomosposato, tudaorainpoiseiliberadivedermiancora”.
“Parli talmente in fretta che non riesco a seguirti”.
“Ho detto che presto non sarò più un uomo sposato”.
“E’ ovvio, dal momento che stai divorziando. Spero solo che tu non lo abbia fatto per me”.
“Non avevo scelta. Io ti amo. Disperatamente”.
“Barney, ma se non mi conosci quasi”. E qui al nostro tavolo si materializzò – non proprio come lo spettro di Banquo, ma quasi – quello Yankel Schneider che non vedevo da quando eravamo insieme alle elementari. Quando si dice la sfortuna. “Tu sei il bastardo che da bambino mi ha rovinato la vita. Mi facevi il verso perché balbettavo” tuonò.
“Scusi, ma che cosa sta dicendo?”.
“Lei ha la disgrazia di essere sua moglie?”.
“Non ancora” precisai.
“Per favore” disse Miriam.
“La signora non c’entra, chiaro?”.
“Mi sfotteva perché balbettavo. Mi faceva continuamente il verso, e io la notte, al buio, mi strappavo i capelli dalla disperazione. Sono quasi diventato matto. Mia madre doveva mandarmi a scuola a calci. Non per modo di dire, sul serio. Perché lo facevi?”.
“Miriam, non ho mai fatto nulla del genere”.
“Che gusto ci provavi?”.
“Veramente non mi ricordo affatto di lei”.
“Per non so quanto tempo ho sognato di essere in macchina, di vederti attraversare la strada davanti a me e di stirarti. Mi ci sono voluti otto anni di analisi per capire che non ne valeva la pena. Tu sei pattume umano, Barney” disse. Poi diede un ultimo tiro di sigaretta, me la buttò nella zuppa e se ne andò.
“Cristo” dissi.
“Pensavo che lo avresti preso a pugni”.
“Non davanti a te, Miriam”.
“Secondo alcuni hai un pessimo carattere, e quando hai alzato un po’ troppo il gomito, come ora – il che fra parentesi non è molto gratificante -, cominci a cercar rogna”.
“”Alcuni” chi, McIver?”.
“Si dice il peccato ma non il peccatore”.
“Mi sento poco bene. Sto per vomitare”.
“Ce la fai ad arrivare in bagno?”.
“Che disastro”.
“Vuoi…”.
“Devo stendermi”. Mi accompagnò in camera, dove caddi subito in ginocchio e vomitai nella tazza, mollando una scoreggia devastante. Volevo essere sepolto vivo. O fatto a pezzi. Dilaniato da quattro cavalli da tiro. Miriam bagnò un asciugamano, mi pulì la faccia e mi accompagnò fino al letto.
“Che umiliazione”.
“Ssh”.
“Adesso mi odi e non mi vorrai rivedere mai più”.
“Sta’ un po’ zitto” disse. Poi mi passò dì nuovo sulla faccia l’asciugamano umido e mi fece bere un bicchier d’acqua, reggendomi la testa con la sua mano fresca. Decisi che non mi sarei mai più lavato i capelli in vita mia. Mi coricai e rimasi per un po’ a occhi chiusi, sperando che la stanza smettesse di vorticare. “Tra cinque minuti starò benissimo. Ti prego, non andartene”.
“Prova a dormire un po’”.
“Ti amo”.
“Sì, sì, va bene”.
“Ci sposeremo e avremo dieci figli”. Al risveglio, un paio d’ore dopo, la vidi lì in poltrona, le lunghe gambe accavallate, che leggeva Corri, coniglio. Era talmente assorta che rimasi in silenzio, approfittandone per contemplare la sua infinita bellezza. Avrei pianto. Il cuore era come impazzito. Pensai che se in quel preciso istante il tempo si fosse fermato lo avrei trovato giusto. Alla fine dissi: “Lo so che non vorrai vedermi mai più. E non posso darti torto”.
“Adesso ti ordino toast e caffè, e se non ti spiace mi faccio portare un tramezzino al tonno. Ho fame”.
“Devo puzzare da far schifo. Giurami che se mi butto sotto la doccia non te ne vai”.
“Vedo che mi consideri una ragazza assai prevedibile”.
“Come puoi dire una cosa del genere?”.
“Eri sicuro che sarei salita in camera”.
“Assolutamente no”.
“E allora per chi erano lo champagne e le rose?”.
“Quali?”. Me le indicò.
“Ah, quelle”.
“Già, quelle”.
“Non so proprio cosa mi prende, oggi. Non sono io. Non ci sto con la testa. Adesso chiamo il servizio in camera e faccio portar via tutto”.
“Lascia perdere”.
“Lascio perdere”.
“E adesso di cosa parliamo? Di Psycho, o del vertice Ben Gurion-Adenauer?”.
“Miriam, non voglio mentirti. Né ora, né mai. Yankel ha detto la verità”.
“Yankel?”.
“Il tizio che è venuto prima al tavolo. Mi piazzavo davanti a lui in cortile e gli dicevo: “Hai fatto pi-pi-pipì a-a-a letto co-co-come al so-so-solito, brutto ri-ri-ritardato?”. E ogni volta che in classe si alzava, terrorizzato, per rispondere a una domanda, io cominciavo a ridacchiare prima ancora che aprisse bocca, e lui scoppiava regolarmente in singhiozzi. E io: “U-u-un ve-ve-vero fi-fi-figurone, Yankel”. Perché facevo una cosa così orrenda?”.
“Non pretenderai una risposta da me, spero”.
“Miriam, se solo sapessi quanto sei importante per me…”. E all’improvviso provai una specie di strana sofferenza, o meglio, di strana gioia. Era come se il ghiaccio che mi ricopriva il cuore si stesse spaccando; l’inizio del disgelo, una cosa così. Mi misi a parlare a macchinetta, inframmezzando – temo alla rinfusa – le disavventure della mia infanzia alle storie di Parigi. Raccontavo di Boogie che comprava una dose, e subito passavo all’indifferenza di mia madre nei miei confronti. Le dissi di come Yossel Pinsky fosse sopravvissuto ad Auschwitz, e di come ora trattasse affari in un bar di Trumpeldor Street, a Tel Aviv. Mi sembrava imprescindibile farle sapere che a suo tempo avevo trafficato in anticaglie egizie di contrabbando. E che ballavo il tip tap. Da una rievocazione delle gesta di Izzy Panofsky alla Buoncostume passai alla lettura di Terry McIver nella libreria di George Whitman, quindi la intrattenni su Hymie Mintzbaum. Le raccontai della posta pneumatica che mi era arrivata troppo tardi, di come Clara fosse andata incontro a una morte prematura che forse si sarebbe potuta evitare, e ammisi che sognavo ancora il suo cadavere decomposto.
“E così il Calibanovitch di quel famoso verso saresti tu”.
“Sì, sarei io”. Le spiegai che mi ero impegolato nel matrimonio con la Seconda Signora Panofsky in spregio a Clara, anzi no, per senso di colpa, anzi no, perché ancora non le avevo perdonato il suo giudizio su di me. Ma giurai di non avere mai amato nessuno fino a quando non avevo incontrato lei, Miriam, al mio matrimonio. Poi mi resi conto che fuori era sceso il buio, e la bottiglia di champagne era finita.
“Andiamo a cena?” le chiesi.
“Prima magari facciamo due passi”.
“D’accordo”. Toronto non mi è mai piaciuta, con la sua aria tronfia da reparto contabile del paese. Ma quella sera tiepida di inizio maggio, nel caos di Avenue Road all’ora di punta, mi sentivo particolarmente euforico e conciliante. Camminavo a un palmo da terra. Ma sì, in fondo gli alberi erano carichi di gemme. E d’accordo, i fruttivendoli verniciavano di arancio o di viola le margherite esposte fuori dai negozi, però i mazzi di narcisi erano incontaminati. Alcune delle segretarie che camminavano a due a due col vestito estivo avevano un’aria graziosa. Sulle ali dell’entusiasmo sorrisi un po’ troppo a una giovane madre che spingeva il passeggino – almeno a giudicare dall’occhiataccia che mi rivolse e da come, di colpo, accelerò il passo. E neppure il solito, sudatissimo maratoneta in braghette corte che saltellava sul posto a un semaforo riuscì a rovinarmi l’umore. Anzi, lo abbordai con un “Bella serata, vero?”, che lo spinse immediatamente a controllare se il portafoglio fosse ancora al suo posto. E forse non avrei dovuto fermarmi ad ammirare l’Alfa Romeo nuova di zecca parcheggiata davanti a un antiquario, dato che il legittimo proprietario si precipitò fuori con aria truce. Cammina cammina arrivammo all’entrata di un piccolo parco, dove pensavo avremmo potuto fermarci a riposare su una panchina. Ma il cancello era chiuso col lucchetto, e su un cartello si leggeva: “VIETATO CONSUMARE PASTI O BEVANDE, ASCOLTARE MUSICA e INTRODURRE CANI”.
“A volte” dissi a Miriam prendendola per mano “penso che lo spirito di questa città, la sua vera essenza, sia il terror panico che qualcuno, da qualche parte, possa essere felice”.
“Vergognati”.
“Perché?”.
“Perché hai usato il saggio sul puritanesimo di Mencken senza nemmeno citare la fonte”.
“Davvero?”.
“Come fosse farina del tuo sacco. Non avevi promesso di non mentirmi mai?”.
“E’ vero. Scusa. Cominciamo da adesso”.
“Io ci sono cresciuta, tra le bugie, e non le tollero più”. Improvvisamente serissima, Miriam mi parlò di suo padre, il tagliatore di diamanti e sindacalista. Che lei aveva adorato, considerandolo un meraviglioso sognatore, fino a quando non aveva scoperto la sua seconda vita. Era fissato con le donne; si faceva tutte le operaie che gli capitavano a tiro, e passava i sabati sera nei locali più infimi. Per sua madre era stato un tormento. – Come puoi sopportarlo? le aveva chiesto Miriam un giorno. – E cos’altro posso fare? aveva risposto lei, chinandosi sulla macchina da cucire. La madre di Miriam era poi morta di cancro all’intestino, fra sofferenze atroci. “Gliel’ha fatto venire lui”.
“Non credi di esagerare?”.
“No. E non permetterò a nessun uomo di fare lo stesso con me”. Non ricordo esattamente cosa mangiammo, né dove. Mi pare in una bettola dalle parti di Yonge Street, seduti fianco a fianco, con le gambe che si toccavano. Però ricordo bene che lei mi disse: “Non ho mai visto nessuno così infelice al suo matrimonio. Ogni volta che alzavo gli occhi mi stavi guardando”.
“Come l’avresti presa se fossi rimasto sul treno?”.
“Non sai quanto ho sperato che lo facessi”.
“Davvero?”.
“Be’, stamattina sono andata dal parrucchiere, il vestito l’ho comprato apposta, e non mi hai neanche detto che sto bene”.
“No. Sì. Ma ti trovo splendida, Miriam, giuro”. Quando arrivammo sotto casa sua in Eglinton Avenue erano ormai le due. “Scommetto che fingerai di non voler salire”.
“Sì. No. Aiuto, Miriam”.
“Mi devo alzare alle sette”.
“Be’, allora…”.
“Allora vieni” disse prendendomi per mano.
Cmq io sto libro qui l'ho amato e lo amo ancora. E posso assicurarvi che è sempre una lettura piacevole, esilarante, divertente, è un libro che ti fa morire dal ridere da sola. E che ti fa capire quanto un uomo " preso" possa essere nella sua fragilità e imperfezione, goffo e adorabile, quanto stronzo buono e vittima sacrificale. Ma è concesso solo al Panofsky.
Buona Lettura da Voglie!!!!!!